Braccianti agricoli: non può sospendersi l’ordine di quarantena obbligatoria per recarsi a lavoro


Il Consiglio di stato, con decreto 30 marzo 2020, ha respinto l’istanza di sospensione cautelare dell’ordine di quarantena obbligatoria con sorveglianza sanitaria e isolamento presentata da un bracciante agricolo allontanatosi dal proprio domicilio per andare a lavorare nei campi. Terminato il periodo di “quarantena” per l’appellante, sarà possibile, nelle successive sedi di giudizio richiedere un eventuale risarcimento del danno per la mancata retribuzione da lavoro per i giorni coperti dall’ordine di quarantena contestato.


All’appellante – che svolge attività di bracciante agricolo – è stato notificato l’ordine del Sindaco di quarantena/isolamento domiciliare fino al 3 aprile 2020, per “violazione della ordinanza del Presidente della Regione (ord. reg. n. 12 /2020).


L’appello, nel censurare il decreto cautelare del Presidente T.A.R. Calabria, sostiene che l’appellante non è positivo al virus, non ha avuto recenti contatti con persone contagiate, lavora in un settore non bloccato dai provvedimenti oggi in vigore, e lamenta il conseguente pregiudizio consistente nel non poter lavorare, rischiando, il licenziamento, e nella preclusione ad attendere ad attività di stretta necessità quotidiana. Con l’appello si lamenta inoltre di non conoscere, ed in effetti manca in atti il documento citato, per quale specifica violazione dell’ordinanza regionale gli sia stata imposta la quarantena/ isolamento domiciliare”.
Considerato, in ordine alla ammissibilità dell’appello che:
– secondo il Consiglio di Stato è possibile l’ammissibilità nei soli, limitatissimi, casi in cui l’effetto del decreto presidenziale del T.A.R. produca la definitiva e irreversibile perdita del preteso bene della vita, e che tale “bene della vita” corrisponde ad un diritto costituzionalmente tutelato dell’interessato;
– nel caso di specie, seppure per il limitato periodo residuo di efficacia temporale del decreto sindacale impugnato in primo grado, la pretesa dell’appellante è di potersi recare al lavoro, di evitare il rischio di licenziamento, e di recarsi, con le limitazioni in vigore, ad effettuare acquisti di beni di prima necessità;
– la pretesa tocca diritti tutelati dall’ordinamento anche a livello costituzionale, da cui discende l’ammissibilità dell’appello contro il decreto del Presidente del T.A.R. Calabria;
Considerato, ai fini dell’accoglimento dell’istanza cautelare che:
– bisogna verificare la consistenza del “fumus boni juris” cioè la probabilità che la pretesa sia riconosciuta fondata nelle successive fasi del giudizio, ma anche, e contestualmente, che vi sia gravità e irreparabilità del danno lamentato, prevalenti sull’interesse pubblico posto a base degli atti censurati;
– non appaiono sussistere le condizioni per un accoglimento dell’appello cautelare, in quanto:
A) I provvedimenti, del Sindaco e del Presidente della Regione impugnati, sono stati adottati in ottemperanza di criteri e disposizioni, anche legislative, nazionali, e negli ambiti di un possibile margine per integrazioni territoriali su scala regionale in rapporto alle diverse situazioni del contagio, da Regione a Regione;
B) Il provvedimento regionale e il decreto esecutivo del Sindaco sono stati adottati in giorni caratterizzati dal pericolo imminente di un trasferimento massivo di persone e di contagi, dalle regioni già gravemente interessate dalla pandemia, a quelle del Mezzogiorno, con la conseguenza che gli atti dei Governatori hanno, ragionevolmente, imposto misure anche ulteriormente restrittive quale prevenzione;
C) In tale quadro, per la prima volta dal dopoguerra, si sono definite ed applicate disposizioni fortemente compressive di diritti anche fondamentali della persona – dal libero movimento, al lavoro, alla privacy – in nome di un valore di ancor più primario e generale rango costituzionale, la salute pubblica, e cioè la salute della generalità dei cittadini, messa in pericolo dalla permanenza di comportamenti individuali potenzialmente tali da diffondere il contagio;
D) Per queste ragioni, la gravità del danno individuale non può condurre a derogare, limitare, comprimere la primaria esigenza di cautela avanzata nell’interesse della collettività, corrispondente ad un interesse nazionale dell’Italia;
E) Le conseguenze dannose per l’appellante non hanno poi il carattere della irreversibilità, giacché nelle disposizioni, statali e regionali, adottate e che verranno adottate a ulteriore completamento e integrazione per fronteggiare il “dopo-pandemia”, ci sono misure di tutela del posto di lavoro (oltre alla cassa integrazione), misure di soccorso emergenziale per esigenze alimentari e di prima necessità, tali da mitigare o comunque non rendere irreversibili, anche nel breve periodo, le conseguenze della doverosa stretta applicazione delle norme di restrizione anti-contagio;
F) Terminato il periodo di “quarantena” per l’appellante, sarà possibile, nelle successive sedi di giudizio, volte all’esame dei profili di merito del ricorso, in caso di fondatezza del medesimo, richiedere e documentare, come di regola, un eventuale risarcimento del danno per la mancata retribuzione da lavoro per i giorni coperti dall’ordine di quarantena contestato, salvo che, come è ipotizzabile, detto pregiudizio economico venga riparato dalla normativa di tutela dei lavoratori colpiti dalle generali, e individuali in questo caso, misure di preclusione assoluta.
Per tali motivi l’istanza cautelare è stata respinta.