Spese per l’acquisto di software in ambito alberghiero/ristorazione

In materia di credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro, forniti chiarimenti sulle spese per l’acquisto di software vari in ambito alberghiero/ristorazione (Agenzia delle entrate – Risposta 08 luglio 2021, n. 469).

L’articolo 120 del decreto Rilancio ha introdotto un credito d’imposta, in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020, per un massimo di 80.000 euro, in relazione agli interventi necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19, destinato ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico.
Le spese in relazione alle quali spetta il cd. credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro sono suddivise in due gruppi, quello degli interventi agevolabili e quello degli investimenti agevolabili. In particolare:
1) gli interventi agevolabili sono quelli necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARSCoV-2, tra cui rientrano espressamente:
a. quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni, nonché per l’acquisto di arredi di sicurezza. Sono ricomprese in tale insieme gli interventi edilizi funzionali alla riapertura o alla ripresa dell’attività, fermo restando il rispetto della disciplina urbanistica;
b. gli interventi per l’acquisto di arredi finalizzati a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza (cosiddetti “arredi di sicurezza”).
2) gli investimenti agevolabili sono quelli connessi ad attività innovative, tra cui sono ricompresi quelli relativi allo sviluppo o l’acquisto di strumenti e tecnologie necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa e per l’acquisto di apparecchiature per il controllo della temperatura (c.d. termoscanner) dei dipendenti e degli utenti.

Con riferimento all’acquisto della licenza di utilizzo di un software di gestione alberghiera, utilizzabile ovunque si disponga di una connessione a internet (con gestione in cloud e non su postazione fissa), lo stesso consente:
– alla clientela ed al personale di effettuare il check in e il check out e le altre operazioni di front-office reception a distanza, evitando il contatto col personale all’arrivo in struttura e in partenza;
– al personale dipendente dell’istante di poter lavorare da remoto in modalità smart working e di gestire diverse strutture ricettive a distanza contemporaneamente,
l’Agenzia ritiene che l’investimento in parola sia ammissibile al credito d’imposta di cui all’articolo 120 del decreto Rilancio.
Con riferimento all’investimento nell’acquisto di tre software, con il relativo hardware, da utilizzare nei propri ristoranti e finalizzati alla dematerializzazione dei menu, nonché alla gestione delle comande a distanza e dell’asporto da remoto, tale investimento consentirà di ridurre i contatti tra il personale e i clienti e di evitare il passaggio di mano di oggetti quali menu e comande, coerentemente con quanto previsto dalle linee guida per la riapertura delle attività economiche. Pertanto, l’Agenzia ritiene che la spesa in questione sia ammissibile al credito d’imposta di cui all’articolo 120 in parola. Restano, invece, escluse le spese relative all’acquisto degli hardware che non risultano parte integrante ed indispensabile per l’uso dei programmi acquistati dal contribuente.
Diversamente, l’Agenzia ritiene che non sia agevolabile l’investimento per l’acquisto di software che consentono di ottimizzare la vendita on line dei servizi offerti alla clientela dell’istante (il cui sito internet è diventato un vero e proprio sito di e-commerce ).Tale investimento, dunque, appare finalizzato senz’altro a rinnovare il sistema di vendita dei servizi turistici dell’istante, indipendentemente però dalla diretta connessione con le esigenze connesse all’emergenza epidemiologica e al rispetto delle linee guida per le riaperture; per altro verso, la possibilità che detti software siano utilizzati dai dipendenti fuori dalla sede ordinaria di lavoro (in smart working) appare una funzione, in questo caso, meramente accessoria ed eventuale.
Pertanto, tali spese non rientrano tra gli investimenti agevolabili di cui all’articolo 120 del decreto Rilancio, poiché si tratta di un acquisti non riconducibili a quelli indispensabili per garantire lo svolgimento in sicurezza dell’attività lavorativa.

Precompilata Iva con le operazioni dal 1° luglio 2021. Dal 13 settembre disponibili le bozze dei registri

Tutto pronto per l’avvio della fase sperimentale della precompilata Iva grazie ai dati delle e-fatture e dei corrispettivi. Al riguardo, sono state stabilite le modalità di predisposizione dei documenti Iva precompilati, le modalità di accesso le attività di memorizzazione dei dati e le regole di trattamento e sicurezza ed è stata individuata la platea degli operatori interessati dalla novità. Il provvedimento disciplina inoltre. (Agenzia delle entrate – Provvedimento n. 183994 del 8 luglio 2021)

 

Utilizzando i dati provenienti dalle fatture elettroniche, dalle comunicazioni transfrontaliere e dai corrispettivi giornalieri, l’Agenzia mette a disposizione degli operatori Iva, in un’area web dedicata, le bozze dei registri Iva e delle comunicazioni delle liquidazioni periodiche (Lipe) a partire dalle operazioni effettuate dal 1° luglio 2021. A far data dalle operazioni effettuate dal 1° gennaio 2022, sarà disponibile anche la bozza della dichiarazione annuale Iva. Per i soggetti che convalidano, nel caso in cui le informazioni proposte dall’Agenzia delle entrate siano complete, oppure integrano nel dettaglio i dati proposti nelle bozze, viene meno l’obbligo di tenuta dei registri Iva.
Per gli anni d’imposta 2021 e 2022, nella fase di avvio sperimentale, destinatari dei documenti Iva precompilati saranno i soggetti passivi Iva residenti e stabiliti in Italia che effettuano la liquidazione trimestrale dell’Iva per opzione, con esclusione di alcune categorie di soggetti come quelli che operano in particolari settori di attività o per i quali sono previsti regimi speciali ai fini Iva (ad esempio, editoria, vendita di beni usati, agenzie di viaggio). Dal 2022 saranno inclusi nella platea anche i soggetti in regime di Iva per cassa. Il soggetto passivo Iva che in base alle informazioni disponibili non sia stato individuato come appartenente alla platea, ma che ha le caratteristiche per esserne incluso, può segnalare tale circostanza e accedere ai documenti Iva precompilati.
Le bozze dei registri mensili sono alimentate in via continuativa con i dati pervenuti, in modo da consentire al soggetto Iva, già a partire dal primo giorno del mese in lavorazione e fino al mese successivo al trimestre di riferimento, di accedere alle bozze per visualizzare ed eventualmente modificare o integrare i dati.
In fase di avvio, per il terzo trimestre 2021, l’accesso sarà consentito a partire dal 13 settembre e l’operatore avrà tempo fino alla fine di ottobre per visualizzare ed eventualmente modificare o integrare le bozze dei registri del terzo trimestre. Le bozze delle comunicazioni delle liquidazioni periodiche e, a partire dalle operazioni effettuate nel 2022, della dichiarazione annuale Iva sono, invece, predisposte tenendo conto, oltre che dei dati dei registri Iva convalidati o integrati dal contribuente, anche di quelli relativi alle comunicazioni telematiche dei corrispettivi, delle informazioni ricavate dalle comunicazioni delle liquidazioni periodiche dei trimestri precedenti e della dichiarazione annuale IVA del periodo d’imposta precedente.
Nell’ottica di offrire un servizio di agevolazione negli adempimenti tributari, in alternativa all’utilizzo diretto delle bozze presenti nell’applicativo web, è comunque consentito al soggetto Iva o al suo intermediario estrarre e stampare le bozze (in formato xml) e importarle nei propri applicativi oppure utilizzarle per un confronto con i dati in proprio possesso.
Ciascun soggetto passivo Iva, direttamente oppure tramite l’intermediario che abbia la delega all’utilizzo dei servizi di fatturazione elettronica, potrà accedere, tramite un applicativo web dedicato all’interno del portale Fatture e corrispettivi, ai documenti Iva precompilati ed effettuare una serie di operazioni, quali ad esempio visualizzare, consultare, stampare e salvare i dati, estrarre le bozze dei documenti e inviare le comunicazioni delle liquidazioni periodiche e la dichiarazione annuale Iva. Nell’applicativo web dedicato sarà disponibile una sezione informativa che guiderà, passo per passo, i contribuenti nell’utilizzo di tutte le funzionalità previste.
I registri Iva proposti dovranno essere convalidati o integrati nel dettaglio entro il mese successivo al trimestre di riferimento. L’operazione di convalida o integrazione comporta il venir meno dell’obbligo di tenuta dei registri delle fatture emesse e degli acquisti da parte del soggetto passivo Iva. I dati dei registri Iva convalidati o integrati sono memorizzati dall’Agenzia delle Entrate, mediante protocollazione e acquisizione nel Sistema Documentale, a partire dal primo giorno del secondo mese successivo al trimestre di riferimento e fino al 31 dicembre del quindicesimo anno successivo a quello di riferimento.

L’accertamento Irpef blocca la prescrizione dei contributi a percentuale di artigiani e commercianti

In tema di contributi a percentuale dovuti alle gestioni artigiani e commercianti, l’accertamento IRPEF del maggior reddito di impresa non costituisce il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva, che rimane il momento in cui il reddito si ritiene prodotto. Ai fini della prescrizione, pertanto, il termine decorre dalla scadenza originaria di pagamento dei contributi, mentre la notifica dell’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate interrompe soltanto la prescrizione. (Corte di Cassazione – Ordinanza 05 luglio 2021, n. 18950).

La controversia trae origine dalla cartella di pagamento riguardante contributi artigiani sul reddito eccedente il minimale per l’anno 2004, liquidati dall’Inps sulla base dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate di maggior reddito d’impresa notificato nel 2009.
Il contribuente ha impugnato la cartella di pagamento eccependo la prescrizione del debito contributivo.
I giudici di merito hanno accolto il ricorso ritenendo che la notifica dell’avviso di accertamento IRPEF non avesse interrotto il termine quinquennale di prescrizione del credito contributivo, posto che il dies a quo del decorso della prescrizione doveva individuarsi nel giorno successivo alla scadenza dei termini di pagamento dell’obbligazione e cioè il 20 giugno 2005.

La decisione è stata impugnata dall’Inps che ha eccepito:
– con riferimento alla decorrenza della prescrizione della contribuzione a percentuale dovuta dagli iscritti alla gestione artigiani, che il dies a quo non può che essere individuato nell’atto di accertamento dell’Agenzia delle Entrate che accerta il maggiore reddito d’impresa, e dunque un reddito superiore al livello minimo imponibile, costituendo il fatto determinante il sorgere del diritto dell’istituto, vale a dire il conseguimento, da parte del lavoratore autonomo, di un reddito di gran lunga superiore a quello dichiarato, poiché rappresenta il momento dal quale l’INPS ha contezza del credito contributivo;
– che l’avviso di accertamento notificato dall’Agenzia delle Entrate costituisce comunque atto interruttivo della prescrizione in considerazione dell’accertamento unico del presupposto comune ai due rapporti, quello tributario e quello previdenziale. In altri termini, in relazione ai contributi a percentuale di artigiani e commercianti, gli atti dell’Agenzia delle Entrate costituiscono anche atti di esercizio del rapporto previdenziale, poiché riverberano i loro effetti sulla determinazione della base imponibile, producendo effetti anche sul connesso rapporto previdenziale.

La Corte di Cassazione, con riferimento alla decorrenza della prescrizione, ha affermato il principio di diritto secondo il quale, in tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito, ancorché l’efficacia del predetto fatto sia collegata ad un atto amministrativo di ricognizione del suo avveramento, con la conseguenza che il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi a percentuale di artigiani e commercianti deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento e non con l’eventuale atto successivo con cui l’Agenzia delle Entrate abbia accertato un maggior reddito.
La Corte Suprema, tuttavia, ha precisato che, sebbene l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate non individui fatti costitutivi del diritto contributivo dell’ente previdenziale, la notifica dell’atto dispiega comunque (e soltanto) efficacia interruttiva della prescrizione per i contributi eccedenti il minimale, a beneficio dell’INPS.

Ultimi chiarimenti dal Fisco sui Cfp Sostegni

Per il contribuente esercente l’attività di lavaggio auto (codice ateco 452091) che ha chiuso l’attività di gestione di distributore di carburanti per autotrazione nel luglio 2019, ai fini del calcolo del contributo a fondo perduto dell’art. 1, D.L. n. 41/2021 (D.L. Sostegni), deve farsi riferimento solo ai dati riguardanti l’attività di lavaggio auto (Agenzia entrate – risposta 08 luglio 2021, n. 468). La stessa Agenzia, nella risposta n. 470 ha invece fornito chiarimenti sulla verifica del calo di fatturato relativamente a rimborsi fuori campo iva non fatturati.

Il Decreto Sostegni (D.L. n. 41/2021) prevede il riconoscimento di un contributo a fondo perduto a favore dei soggetti titolari di partita IVA, residenti o stabiliti nel territorio dello Stato, che svolgono attività d’impresa, arte o professione o producono reddito agrario.

Ai fini del calcolo del contributo, per l’esercente l’attività di “lavaggio auto” (codice ATECO 452091) avendo chiuso l’attività di gestione di distributore di carburanti per autotrazione in data 11 luglio 2019, deve fare riferimento solo ai dati riguardanti l’attività di lavaggio auto.

Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ai fini del calcolo dell’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi degli anni 2019 e 2020, sono considerate rilevanti i rimborsi spese (viaggio, vitto alloggio, ecc.) addebitati in fattura al committente. Le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto del cliente, purché regolarmente documentate, non risultano invece incluse tra i compensi di lavoro autonomo e quindi non risultano incluse nel calcolo del fatturato necessario per determinare lo scostamento medio e neppure ai fini della determinazione dell’ammontare dei compensi.

Nuovi chiarimenti sullo smart working

L’Agenzia delle Entrate con la risposta 07 luglio 2021, n. 458, ha fornito chiarimenti sul trattamento fiscale delle retribuzioni per lavoro dipendente erogate a soggetti residenti e non residenti che a causa dell’emergenza epidemiologica svolgono l’attività lavorativa in Italia, in smart working, invece che nel paese estero dove erano stati distaccati.

Il caso: società di dimensione internazionale appartenente a un Gruppo che ha da sempre investito in programmi di sviluppo promuovendo la mobilità internazionale del proprio personale. L’organico della società è parzialmente composto da dipendenti che svolgono la propria attività lavorativa all’estero presso le sedi del Gruppo (cd. personale outbound) e parimenti da dipendenti, di cittadinanza italiana e non, proveniente dall’estero che svolgono la propria attività lavorativa in Italia (cd. personale inbound).
È frequente che il personale dipendente della società svolga la propria attività lavorativa all’estero attraverso l’istituto giuridico del distacco o attraverso contratti di lavoro di diritto estero, con le altre consociate estere del Gruppo.
L’improvvisa crisi sanitaria internazionale determinata dal diffondersi del Covid19 ha stravolto le modalità ordinarie di svolgimento della prestazione lavorativa per molti lavoratori expatriates. La chiusura della maggior parte delle attività produttive nei primi mesi del 2020 e le misure restrittive alla circolazione delle persone imposte dagli Stati per contenere la diffusione del virus hanno ridotto la possibilità di spostamento e indotto le aziende ad adottare modalità di svolgimento dell’attività lavorativa flessibili (cd. smartworking o lavoro da remoto).
L’eccezionalità di tali misure emergenziali e l’interruzione della mobilità fisica ha fatto sì che i lavoratori svolgessero per periodi più o meno lunghi la propria attività in un luogo diverso, sotto il profilo meramente fisico, da quello previsto dal contratto di lavoro o di distacco.
In particolare, l’implementazione di tali rigorose restrizioni ha determinato alcuni casi di “immobilismo forzato” o, al contrario, la necessità di rientri improvvisi nei Paesi di origine, impedendo poi ai dipendenti il ritorno nel luogo in cui normalmente l’attività veniva prestata.
Nell’istanza all’Agenzia delle Entrate, la società rappresenta il caso di propri dipendenti, assunti con contratto locale in Italia e distaccati presso le consociate cinesi. Alcuni dei suddetti dipendenti non sono coniugati e non hanno figli, altri invece si sono trasferiti nello Stato estero con la famiglia; in entrambi i casi i dipendenti risultano iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE).
Sulla base della qualificazione come soggetti non fiscalmente residenti in Italia ai sensi dell’art. 2, TUIR, la società istante, in qualità di sostituto d’imposta, per l’anno in corso ha sospeso le ritenute sui redditi di lavoro dipendente nei confronti dei suddetti soggetti, ai sensi del combinato disposto dell’art. 3 e dell’art. 23 del Tuir, secondo cui sono imponibili in Italia solo i redditi derivanti da attività lavorativa prestata nel territorio dello Stato.
A causa della straordinarietà della situazione legata all’emergenza sanitaria esplosa in Cina, un gruppo di circa 12 lavoratori sono rientrati in Italia a fine gennaio 2020, continuando a svolgere la propria prestazione lavorativa in remote working, sempre a beneficio della società distaccataria cinese, fino al loro rientro in Cina avvenuto nel corso del mese di luglio 2020.
Conseguentemente, per effetto dei provvedimenti adottati dalle autorità dei due Paesi e anche delle policy aziendali adottate in risposta all’emergenza sanitaria da parte della Società, il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa dei dipendenti in oggetto è quindi eccezionalmente e temporaneamente diventato l’abitazione dei lavoratori in Italia e l’attività svolta in Italia dai suddetti dipendenti in modalità di remote working è rimasta sostanzialmente la medesima durante il periodo di effettiva presenza all’estero.
Pertanto, non vi sono state, tra la Società istante e i dipendenti rientrati in Italia, interruzioni o variazioni contrattuali relativamente alla tipologia di mansioni, alla legal entity (cinese) beneficiaria delle prestazioni di lavoro, alle linee di riporto del lavoratore stesso e alla stessa struttura remunerativa dei dipendenti. In altre parole, il distacco dei lavoratori in Cina da un punto di vista contrattuale e di fatto non ha subito modifiche, né sotto il profilo individuale, né sotto il profilo dell’accordo intercompany, rimanendo il costo addebitato alla società distaccataria cinese.
Inoltre è precisato che un primo gruppo di dipendenti è riuscito a ritornare in Cina in data 2 luglio 2020, altri sono partiti dall’Italia il 29 luglio 2020, i restanti sono riusciti a far rientro in Cina nei mesi successivi di agosto e settembre.
Pertanto, della popolazione di dipendenti espatriati in Cina, alcuni hanno soggiornato di fatto forzatamente in Italia meno di 184 giorni (principalmente coloro i quali sono rientrati in Cina il 2 luglio e il 29 luglio 2020), altri, invece, rimpatriati in Cina nei mesi successivi, hanno trascorso per le stesse cause di forza maggiore più di 184 giorni in Italia.
Con l’istanza di interpello all’Agenzia delle Entrare la Società istante rappresenta dubbi interpretativi in merito agli obblighi di sostituzione di imposta che è tenuta ad assolvere relativamente alla tassazione del reddito da lavoro dipendente prodotto in costanza di distacco dal lavoratore.
Nello specifico, visto il combinato disposto dell’art. 2, co. 2, e 23 del Tuir la società istante chiede chiarimenti su quali siano gli obblighi del sostituto d’imposta nei confronti di quei dipendenti che, trovandosi per via delle restrizioni dovute al Covid fisicamente in Italia, hanno continuato la loro attività a esclusivo beneficio della distaccataria cinese tramite smart working.

Quesito n. 1

In primis, viene richiesto se per i dipendenti che abbiano trascorso in Italia, durante l’anno bisestile 2020, meno di 184 giorni, il compenso relativo ai giorni di lavoro svolti in Italia sia da considerare come reddito prodotto nel territorio dello Stato da soggetti non residenti e, in quanto tale, sia da assoggettare ad imposizione in Italia.
Ai sensi dell’art. 23, co. 1, lett. c), del Tuir, si considerano prodotti nel territorio dello Stato i redditi di lavoro dipendente prestato, da soggetti non residenti, nel territorio dello Stato.
Tale disposizione non trova applicazione qualora il nostro Paese abbia stipulato, con lo Stato di residenza del lavoratore, una convenzione per evitare le doppie imposizioni che riconosca a quest’ultimo Stato la potestà impositiva esclusiva sul reddito di lavoro dipendente prestato in Italia.
Al riguardo, si fa presente che l’art. 15, par. 1 del citato Accordo, prevede che le remunerazioni percepite da un residente di uno Stato contraente per l’attività dipendente svolta nell’altro Stato contraente, sono imponibili in entrambi gli Stati.
In base al combinato disposto dell’art. 15 della citata Convenzione e dell’art. 23 del Tuir, l’Agenzia delle Entrate è dell’avviso che il reddito di lavoro dipendente percepito dai dipendenti della Società istante e residenti in Cina, per l’attività di lavoro svolta in Italia, rilevi fiscalmente anche nel nostro Paese, ai sensi degli artt. 49 e 51, co. da 1 a 8, del Tuir.
La conseguente doppia imposizione sarà risolta, ai sensi dell’art. 23, par. 3, della Convenzione, attraverso il riconoscimento di un credito d’imposta da parte della Cina, Stato di residenza dei lavoratori dipendenti.

Quesito n. 2

Con il secondo quesito, l’Istante chiede se la permanenza in Italia per più di 184 giorni durante il 2020, dei dipendenti della Società istante abbia comportato, in linea di principio, una modifica nel loro status di residenza fiscale.
Ai fini della individuazione della residenza fiscale di un individuo, secondo il diritto interno e in assenza di una disposizione normativa specifica che tenga conto dell’emergenza COVID, occorre far riferimento ai criteri indicati nell’art. 2 del Tuir, la cui applicazione prescinde dalla circostanza che una eventuale permanenza della persona fisica nel nostro Paese sia dettata da motivi legati alla pandemia.
Infatti, ai sensi dell’art. 2, co. 2, del Tuir si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.
Tanto chiarito sotto il profilo della normativa italiana, occorre altresì considerare le disposizioni convenzionali; in particolare, nel caso di specie, assume rilievo l’art. 4 del Trattato con la Cina che stabilisce, al par. 2, le cosiddette tie breaker rules per dirimere eventuali conflitti di residenza tra gli Stati contraenti. Dette regole fanno prevalere il criterio dell’abitazione permanente cui seguono, in ordine gerarchico, il centro degli interessi vitali, il soggiorno abituale e la nazionalità.
Ciò posto, si osserva come una persona fisica iscritta all’AIRE e rientrata in Italia unicamente a seguito dell’emergenza Covid potrebbe essere considerata fiscalmente residente in Italia secondo le disposizioni interne, in quanto risulterebbe avere il domicilio nel nostro Paese per la maggior parte del periodo d’imposta. Qualora si verificasse un conflitto di residenza con lo Stato estero, questo dovrebbe essere risolto facendo ricorso ai citati criteri convenzionali.
In tale ipotesi, come anche indicato al paragrafo 44 dell’analisi effettuata dal Segretariato OCSE sui trattati e l’impatto della crisi da COVID-19, nell’ipotesi in cui il soggetto disponga di un’abitazione permanente in entrambi gli Stati, occorrerà verificare gli altri criteri; il conflitto di residenza sarà solitamente risolto usando il criterio del “soggiorno abituale”.
Con specifico riferimento al criterio del “soggiorno abituale”, si richiama il paragrafo 19 del Commentario del Modello OCSE in cui si precisa che il test per dirimere il conflitto di residenza non sarà soddisfatto semplicemente determinando in quale dei due Stati contraenti l’individuo ha trascorso più giorni durante il periodo interessato. Al fine di stabilire il luogo del soggiorno abituale, occorre infatti tener conto della frequenza, durata e regolarità dei soggiorni che fanno parte della routine regolare della vita di un individuo. Inoltre, l’analisi deve coprire un periodo di tempo sufficiente per poter accertare tali aspetti evitando l’influenza di situazioni transitorie.

Quesito n. 3 e 4

Nel caso in cui i dipendenti della Società istante fossero da considerare residenti in Italia, con il terzo quesito si chiede se la base imponibile di lavoro dipendente possa essere determinata ai sensi dell’articolo 51, co. 8-bis, del Tuir, considerando fittiziamente di fonte estera il reddito derivante da attività svolta in Italia, per cause imputabili all’emergenza sanitaria e definibili di forza maggiore, con relativa spettanza del credito per le imposte assolte all’estero.
Al riguardo, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che la menzionata disposizione del Tuir non può trovare applicazione dal momento che richiede il soggiorno all’estero per più di 183 giorni nell’arco di dodici mesi, da parte del lavoratore residente in Italia.
Ciò posto, nella fattispecie in esame si ravvisa lo svolgimento nel nostro Paese della prestazione lavorativa da parte di soggetti residenti.

Medici forfetari in co.co.co.: i compensi hanno natura professionale

I compensi erogati dal Ministero ai medici professionisti, arruolati per contrastare l’emergenza Covid-19, mediante contratti di collaborazione coordinata e continuativa, si configurano quali redditi di lavoro autonomo e non redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente. Nel caso in cui il medico operi in regime forfetario, le ritenute indebitamente subite possono essere recuperate in sede di dichiarazione dei redditi o chieste a rimborso (Agenzia delle Entrate – Risposta 7 luglio 2021, n. 463).

Al fine di far fronte alle esigenze connesse allo stato di emergenza epidemiologica da Covid-19, il Ministero ha stipulato contratti di collaborazione coordinata e continuativa con personale sanitario (medici, psicologi, infermieri), erogando un compenso orario per le prestazioni rese nell’ambito del contratto di collaborazione.
Tali compensi sono stati, dal Ministero, qualificati e assoggettati a tassazione come redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, e liquidati mediante emissione di cedolini riportanti gli emolumenti netti da corrispondere, con indicazione delle ritenute alla fonte operate il qualità di sostituto d’imposta.
Il quesito sottoposto all’Agenzia delle Entrate riguarda la corretta qualificazione reddituale ed il corrispondente trattamento fiscale di tali compensi, in relazione ai contratti di collaborazione stipulati con medici professionisti in regime forfetario, esterni all’Amministrazione, per ricoprire la figura professionale di medico.

Secondo la disciplina in materia di imposte sui redditi, si considerano redditi assimilati ai redditi di lavoro dipendente “le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società, associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica, alla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili, alla partecipazione a collegi e commissioni, nonché quelli percepiti in relazione ad altri rapporti di collaborazione aventi per oggetto la prestazione di attività svolte senza vincolo di subordinazione a favore di un determinato soggetto nel quadro di un rapporto unitario e continuativo senza impiego di mezzi organizzati e con retribuzione periodica prestabilita, sempreché gli uffici o le collaborazioni non rientrino nei compiti istituzionali compresi nell’attività di lavoro dipendente o nell’oggetto dell’arte o professione esercitate dal contribuente.
In altri termini, rientrano tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente i compensi derivanti da rapporti di collaborazione coordinata e continuativa cd. “tipici” (quali l’ufficio di amministratore, sindaco e revisore di società ed enti, collaborazioni a giornali e riviste, partecipazione a collegi e commissioni), nonché quelli cd. “atipici”, ovvero in relazione ad altre attività di collaborazione non individuate espressamente dalla norma.
Tuttavia, qualora gli uffici o le collaborazioni rientrino nell’oggetto dell’arte o professione esercitate dal contribuente, i predetti compensi si configurano quali redditi di lavoro autonomo e non redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che per valutare se operi o meno il principio di attrazione del reddito derivante dall’attività di collaborazione in quella di lavoro autonomo, occorre stabilire se sussista o meno una “connessione” tra le due attività, ossia se per lo svolgimento delle prestazioni di collaborazione siano necessarie conoscenze tecnico-giuridiche direttamente collegate all’attività di lavoro autonomo.
In sostanza, nell’ambito dei redditi di lavoro autonomo sussiste un principio di attrazione per quei rapporti di collaborazione, sia tipici che atipici, inerenti l’oggetto dell’attività di lavoro autonomo esercitata dal contribuente.
In tal caso, i compensi derivanti dall’attività di collaborazione coordinata e continuativa sono assoggettati alle disposizioni fiscali dettate per i redditi di lavoro autonomo e non si qualificano fiscalmente quali redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente.
Qualora il percipiente eserciti l’attività di lavoro autonomo adottando il regime forfetario, inoltre, in base alla disciplina agevolativa, sui compensi afferenti l’attività, oltre all’esclusione dagli adempimenti IVA, è riconosciuto l’esonero dall’applicazione della ritenuta d’acconto da parte del sostituto d’imposta su richiesta del percipiente.

Nel caso in esame, è evidente che l’attività oggetto del contratto di collaborazione coordinata e continuativa rientra nell’oggetto tipico dell’attività di lavoro autonomo esercitata dal collaboratore (medico) e, pertanto, i relativi compensi costituiscono per il percipiente redditi di natura professionale, fiscalmente rilevanti quali redditi di lavoro autonomo.
Qualora i medici titolari del contratto di collaborazione coordinata e continuativa, attestino il rispetto delle condizioni per la fruizione del cd. regime forfetario, sui relativi compensi non deve essere operata la ritenuta d’acconto.
Con riferimento ai medici in regime forfetario che abbiano indebitamente subito le ritenute alla fonte in ragione dell’errata qualificazione dei compensi tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, e non sia più possibile correggere l’errore, le stesse possono essere chieste a rimborso, ovvero in alternativa, scomputate in sede di dichiarazione annuale, a condizione che le stesse siano regolarmente certificate dal sostituto d’imposta.

Fisco: nuovi chiarimenti sul Superbonus

In materia di Superbonus, fornite precisazioni sulle agevolazioni su edificio di proprietà di un unico soggetto composto da più unità immobiliari (comprese di pertinenze) e sugli interventi su edifici composti da due a quattro unità immobiliari distintamente accatastate posseduti da un unico proprietario o in comproprietà da più persone fisiche (Agenzia delle Entrate – Risposte 07 luglio 2021, nn. 461 e 464).

Ai fini dell’applicazione del Superbonus, le spese sostenute per gli interventi trainanti devono essere effettuate nell’arco temporale di vigenza dell’agevolazione, mentre le spese per gli interventi trainati devono essere sostenute nel periodo di vigenza dell’agevolazione e nell’intervallo di tempo tra la data di inizio e la data di fine dei lavori per la realizzazione degli interventi trainanti.
Con riferimento al caso in cui l’edificio, di cui il contribuente è unico proprietario, è composto da 8 unità immobiliari accatastate separatamente di cui tre unità immobiliari residenziali, due unità di categoria catastale C/6 e tre unità C/2 , nel presupposto che tali ultime unità immobiliari siano pertinenziali alle unità residenziali, l’Agenzia ritiene che possa applicarsi il Superbonus, nel rispetto di ogni altra condizione richiesta dalla normativa nei termini sopra precisati e ferma restando l’effettuazione di ogni adempimento richiesto.
La stessa conclusione si applica anche al caso in cui l’edificio, di cui il contribuente è unico proprietario, è composto da quattro unità immobiliari accatastate separatamente, di cui due unità residenziali e tre accatastate C/6. In relazione agli interventi sulle parti comuni dell’edificio, andranno considerate, ai fini della verifica del limite di spesa sui cui calcolare la detrazione, tutte le unità immobiliari di cui si compone l’edificio, incluse le pertinenze.

IVA agevolata disabili: nota di variazione in diminuzione

È possibile usufruire delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di un’automobile prevista per i disabili nonostante la data della fattura di vendita sia anteriore alla richiesta di visita alla Commissione medica integrata INPS (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 07 luglio 2021, n. 466)

Nel caso esaminato dall’Amministrazione finanziaria, l’istante può usufruire delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di un’automobile prevista per i disabili nonostante la data della fattura di vendita (28.8.2020) sia anteriore alla richiesta di visita alla Commissione medica integrata INPS (31.8.2020) e, quindi, può chiedere al venditore l’emissione di una nota di credito. Precisamente, può richiedere l’emissione di una nota di variazione in diminuzione ai sensi dell’articolo 26, comma 3, del d.P.R. n. 633 del 1972, in quanto solo successivamente al momento dell’acquisto ha ottenuto la documentazione idonea all’applicazione dell’agevolazione IVA.
Per quanto riguarda la detrazione dall’IRPEF, pari al 19 per cento del costo sostenuto, comprensivo di IVA, calcolata su una spesa massima di 18.075,99 euro, la stessa può essere usufruita per intero nel periodo d’imposta in cui il veicolo è stato acquistato o, in alternativa, in quattro quote annuali di pari importo.
Pertanto, qualora la nota di credito venga emessa prima della presentazione del modello 730/2021, l’istante dovrà indicare nel quadro E, al rigo E4, la sola detrazione spettante calcolata con l’applicazione dell’aliquota IVA al 4%. Diversamente, se la detrazione indicata nel quadro E è calcolata sull’importo della fattura di vendita del 2020 con applicazione dell’IVA al 22 per cento e necessario provvedere alla restituzione della detrazione parzialmente non spettante mediante presentazione del modello 730/2021 integrativo. In tale ipotesi sarà applicata la sanzione prevista dall’art. 8 comma 1 del d.Lgs n. 471 del 1997.

Trattamento Iva dell’attività formativa resa da relatori indipendenti

L’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti sul regime IVA applicabile alle prestazioni rese da relatori indipendenti nell’ambito di attività formative svolte dagli enti organizzatori in base ad accordi di cooperazione / convenzione / collaborazione con gli Ordini professionali territoriali. In particolare, devono ritenersi soggette ad Iva con aliquota ordinaria le prestazioni dei singoli relatori, che svolgono l’attività di docenza in maniera abituale (docenti professionisti), oppure titolari di partita Iva in quanto professionisti. (Risposta 07 luglio 2021, n. 457).

La questione sottoposta al vaglio dell’Agenzia delle Entrate riguarda il corretto trattamento ai fini IVA delle prestazioni effettuate da relatori indipendenti nell’ambito di attività di formazione professionale organizzata da un ente formativo sulla base di accordi di cooperazione/convenzione/collaborazione con gli Ordini territoriali.
Secondo l’ente formativo, nel presupposto che gli eventi formativi siano svolti sotto la direzione ed il controllo di un Ordine territoriale, le prestazioni rese dai relatori indipendenti per attività di formazione svolta in base a cooperazione/convenzione/collaborazione con gli Ordini territoriali rientrerebbero nel campo di applicazione dell’IVA in regime di esenzione.
In proposito l’Agenzia delle Entrate ha osservato che secondo la disciplina IVA (art. 10, co. 1, n. 20) del DPR n. 633 del 1972) rientrano nel regime di esenzione le prestazioni educative dell’infanzia e della gioventù e quelle didattiche di ogni genere, anche per la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione e riconversione professionale, rese da istituti o scuole riconosciuti da pubbliche amministrazioni e da enti del Terzo settore di natura non commerciale, comprese le prestazioni relative all’alloggio, al vitto e alla fornitura di libri e materiali didattici, ancorché fornite da istituzioni, collegi o pensioni annessi, dipendenti o funzionalmente collegati, nonché le lezioni relative a materie scolastiche e universitarie impartite da insegnanti a titolo personale.
Come chiarito dalla Corte di Giustizia UE (Sentenza 28 novembre 2013, Causa C-319/12, punto 35), i servizi educativi e formativi in questione sono esentati solo se effettuati da enti di diritto pubblico aventi uno scopo di istruzione o da altri organismi riconosciuti dallo Stato membro interessato aventi finalità simili sempre che gli altri organismi, cioè gli organismi privati, soddisfino il requisito di perseguire finalità simili a quelle dei suddetti organismi di diritto pubblico.
Coerentemente, l’Agenzia delle Entrate ha precisato (Circolare 18 marzo 2008, n. 22/E), con riferimento al requisito soggettivo, che ai fini dell’esenzione IVA le prestazioni devono essere rese da istituti o scuole riconosciuti da pubbliche amministrazioni.
In particolare, relativamente agli organismi privati operanti nelle materie di competenza di soggetti pubblici diversi dall’Amministrazione della Pubblica Istruzione (ad esempio, corsi di formazione professionale), il riconoscimento utile ai fini fiscali continua ad essere effettuato dai soggetti competenti per materia (Regioni, Enti locali, ecc.), con le modalità previste per le specifiche attività educative, didattiche e formative, ad esempio, con l’iscrizione in appositi albi o attraverso l’istituto dell’accreditamento.
Di conseguenza, l’esenzione Iva è applicabile ai corrispettivi percepiti da determinati enti (quali enti strumentali agli Ordini territoriali e SAF), e da altri enti terzi diversi da questi ultimi per l’attività didattica di formazione e aggiornamento professionale da questi svolta in base a cooperazione/convenzione/collaborazione con gli Ordini territoriali, purché tali enti terzi svolgano le singole attività formative ed operino sotto la direzione, il controllo e la responsabilità dell’Ordine stesso (avente lo status di ente pubblico) che è tenuto a garantire, essendone responsabile, i contenuti delle attività formative ed il riscontro dell’effettiva partecipazione degli iscritti agli eventi formativi, integrando tali elementi il requisito del riconoscimento da parte della pubblica amministrazione richiesto dalle norme di esenzione.
Per quanto riguarda le lezioni impartite da insegnanti a titolo personale e relative all’insegnamento scolastico o universitario, la Corte di Giustizia europea (Sentenza 14 giugno 2007, causa C- 445/05) ha chiarito che la lezione di un docente, a titolo personale, resa attraverso un istituto di istruzione è esente da IVA solo se le lezioni sono impartite “per proprio conto e sotto la propria responsabilità” (che si configura, ad esempio, quando è previsto il mancato pagamento del corrispettivo in caso di impedimento o di soppressione dei corsi). Viceversa, è imponibile l’attività resa da un docente/libero professionista ad un istituto che organizza corsi scolastici o di formazione professionale, quando è l’istituto stesso ad assumersi ogni rischio per la gestione dei corsi. A tal fine non si considera “lezione a titolo personale” quando il docente opera nell’ambito di corsi di formazione proposti da un ente terzo che sia responsabile dell’istituto di formazione nel cui ambito il docente ha impartito lezioni, e che abbia retribuito quest’ultimo in quanto erogatore di servizi a beneficio del sistema educativo amministrato dall’ente stesso.

Nel caso esaminato, le attività formative svolte dai singoli relatori indipendenti, sono operate sotto la direzione, il controllo e la responsabilità degli Ordini territoriali, tenuti a garantire, essendone responsabili, i contenuti delle attività formative stesse ed il riscontro dell’effettiva partecipazione degli iscritti agli eventi formativi. Pertanto, i corsi formativi sono organizzati direttamente dagli Ordini territoriali.
Di conseguenza, sulla base dei principi su enunciati, secondo l’Agenzia delle Entrate, le prestazioni effettuate da singoli relatori nei confronti dell’ente organizzatore del corso devono essere assoggettate ad IVA nella misura ordinaria nel caso in cui i relatori siano dotati di partita IVA in quanto professionisti, per cui l’attività di docenza viene attratta nella sfera dell’attività professionale esercitata (professionisti docenti), oppure nel caso in cui i relatori, pur non essendo professionisti, svolgono l’attività di docenza in maniera abituale (docenti professionisti).

Contributo a fondo perduto per chi riduce il canone di affitto: domande online dal 6 luglio al 6 settembre

I proprietari di case affittate come abitazione principale in comuni ad alta tensione abitativa, che quest’anno hanno ridotto o ridurranno l’importo del canone di locazione, possono richiedere il “contributo affitti”. Approvato il modello, con le relative istruzioni, da presentare online per ottenere l’accredito del bonus a fondo perduto. (Agenzia delle entrate -Provvedimento 6 luglio 2021 n. 180139)

Il contributo è destinato ai locatori che dal 25 dicembre dello scorso anno al prossimo 31 dicembre hanno ridotto o ridurranno i canoni del contratto di affitto per tutto o parte dell’anno 2021. È necessario, inoltre, che i contratti di locazione siano in vigore almeno dal 29 ottobre 2020, che l’immobile sia situato nei Comuni ad alta tensione abitativa e che sia adibito ad abitazione principale del conduttore.
È possibile presentare l’istanza per ottenere il contributo tramite il canale online e la richiesta potrà essere inviata in autonomia dal contribuente, entrando nell’area riservata, oppure tramite un intermediario autorizzato ad accedere al cassetto fiscale del locatore. All’interno della domanda è necessario inserire il codice fiscale del locatore, l’IBAN del conto corrente su cui ricevere le somme e i dati del contratto oggetto di rinegoziazione, con la data di inizio e fine del nuovo canone rinegoziato, l’importo del canone annuo prima e dopo la rinegoziazione e l’indicazione della quota di possesso del locatore richiedente il contributo. Molti dati saranno comunque precompilati dall’Agenzia, sulla base delle informazioni presenti in Anagrafe tributaria.
Il contributo riconosciuto dal Fisco è pari al 50% dell’ammontare complessivo delle rinegoziazioni in diminuzione e può arrivare a un importo massimo di 1.200 euro per ciascun locatore. Le somme verranno accreditate direttamente sul conto corrente indicato nella domanda.
Nel caso in cui le risorse stanziate siano inferiori all’ammontare complessivo dei contributi da erogare, l’Agenzia delle Entrate provvederà al riparto proporzionale delle risorse stanziate sulla base del rapporto tra l’ammontare dei fondi disponibili e l’ammontare complessivo dei contributi richiesti.