ENPACL proroga i versamenti contributivi 2020

In relazione allo stato di emergenza che interessa l’intero territorio nazionale, il Consiglio di Amministrazione dell’ENPACL ha adottato specifiche misure per consentire ai consulenti del lavoro di fronteggiare la situazione determinata dalla crisi epidemiologica. In particolare, sono stati sospesi i versamenti contributivi, con la possibilità di effettuarli negli ultimi quattro mesi del 2020.

In prima istanza, quando ancora lo stato di emergenza non era esteso a tutto il territorio nazionale, l’ENPACL ha disposto la sospensione dei versamenti contributivi fino al 31 dicembre 2020 per i Consulenti del Lavoro aventi residenza, domicilio o sede operativa in uno dei Comuni della “zona rossa” individuati dall’allegato 1 al dpcm 1° marzo 2020:
1) nella Regione Lombardia:
– Bertonico;
– Casalpusterlengo;
– Castelgerundo;
– Castiglione D’Adda;
– Codogno;
– Fombio;
– Maleo;
– San Fiorano;
– Somaglia;
– Terranova dei Passerini.
2) nella Regione Veneto:
– Vò.
In seguito all’ampliamento dello stato di emergenza, l’ENPACL ha disposto la sospensione della contribuzione obbligatoria di competenza dell’anno 2020 per i Consulenti del Lavoro di tutta Italia, concentrando i versamenti nell’ultimo quadrimestre 2020 a partire dal 16 settembre 2020.
Dunque, devono ritenersi cancellate le ordinarie scadenze di versamento, a decorrere da quella del 16 aprile 2020.
Tuttavia, durante tale periodo, resta la facoltà di effettuare versamenti spontanei in acconto della contribuzione obbligatoria 2020, senza vincoli di importo e date, e senza di specificare la tipologia di contributo (soggettivo o integrativo). I versamenti in acconto possono essere effettuati fino al 16 agosto 2020 (compreso) accedendo alla propria area riservata dei Servizi Enpacl on line, attraverso la funzione “Contribuzione – Versamenti in acconto”. In caso di opzione per il versamento tramite modello F24, in sede di compilazione della sezione “Altri enti previdenziali e assicurativi” devono essere indicati i seguenti dati:
– Codice ente (0006);
– Causale contributo (E053);
– Periodo di riferimento (da 01/2020 a 08/2020);
– Importi a debito versati (a piacere).
Dal 17 agosto 2020 in poi i versamenti spontanei in acconto non saranno più possibili.
In fase di dichiarazione contributiva annuale, da presentare entro il 16 settembre 2020, si dovrà specificare la tipologia di contributi (soggettivi o integrativi) a cui imputare i versamenti spontanei effettuati in acconto.

Oltre alla sospensione della contribuzione obbligatoria 2020, l’ENPACL ha previsto le seguenti misure di sostegno:
– la sospensione fino al mese di settembre 2020 di tutte le rateazioni in corso, per riscatto, ricongiunzione e per contribuzioni pregresse;
– una copertura collettiva in caso di decesso per tutti gli iscritti con età inferiore a 75 anni, con decorrenza 1° aprile 2020 e senza oneri per gli interessati;
– l’accesso al credito con finanziamenti di importo fino al 20% del volume d’affari dichiarato all’Ente nel 2019, nel limite di 50.000 euro, ad un tasso agevolato per fronteggiare la crisi di liquidità;
– l’erogazione (con procedura d’urgenza) di una somma pari a 3.000 euro per i consulenti del lavoro che si trovano in quarantena o isolamento su disposizione delle Autorità sanitarie;
– l’erogazione di un sussidio pari a 10.000 euro in caso di ricovero in strutture ospedaliere.

CONTRIBUZIONE OBBLIGATORIA 2020 IN SINTESI

Contributo soggettivo È dovuto dai Consulenti del Lavoro iscritti all’Ente, compresi i pensionati iscritti.
È calcolato applicando la percentuale del 12% al reddito professionale prodotto in forma individuale o associata nell’anno 2019. La percentuale è del 6% per i neo iscritti under 35 e i pensionati iscritti.
Il contributo soggettivo minimo deve essere corrisposto in 4 rate: 16 settembre 2020, 16 ottobre 2020, 16 novembre 2020 e 16 dicembre 2020.
Contributo integrativo È calcolato applicando la percentuale del 4% su tutti i compensi rientranti nel volume d’affari ai fini IVA. Il versamento deve essere effettuato indipendentemente dall’effettivo pagamento eseguito dal debitore. È comunque dovuto un contributo integrativo minimo da corrispondere entro il 16 settembre 2020.
Contributo di maternità È versato con la rata in scadenza il 16 settembre 2020. 
Dichiarazione obbligatoria e versamento Entro il 16 settembre 2020, tutti i Consulenti del Lavoro che risultino iscritti, anche per frazione d’anno all’Albo professionale, devono comunicare all’Ente, esclusivamente in via telematica, l’ammontare del reddito professionale e del volume d’affari ai fini IVA, conseguito e prodotto nell’anno 2019 nonché versare il contributo soggettivo (12% o 6% del reddito professionale, detratto il minimo) e il contributo integrativo. Tale versamento può essere effettuato in unica soluzione ovvero a rate (da due a quattro) con scadenza il 16 settembre 2020, 16 ottobre 2020, 16 novembre 2020 e 16 dicembre 2020.
Modalità di versamento Per il versamento sono previste due modalità alternative (valide anche per i versamenti spontanei in acconto):
pagoPA: la procedura rilascia un avviso di pagamento che può essere pagato sia attraverso la funzione nell’area riservata di Enpacl on line oppure attraverso i canali sia fisici che online di banche e altri Prestatori di Servizi di Pagamento (PSP), come ad esempio:
a) presso le agenzie della banca;
b) tramite home banking;
c) presso gli sportelli ATM abilitati delle banche;
d) presso i punti vendita di SISAL, Lottomatica e Banca 5;
e) presso gli Uffici Postali.

modello F24: la procedura rilascia il modello F24 ordinario precompilato, che può essere pagato online utilizzando la Enpacl Card oppure attraverso i canali ordinari.

NUOVO CALENDARIO CONTRIBUZIONE OBBLIGATORIA 2020

16 settembre 2020

16 ottobre 2020

16 novembre 2020

16 dicembre 2020

– presentazione dichiarazione obbligatoria anno 2019;

– versamento contributi (soggettivo e oggettivo): 100% o 1^ rata;

– versamento contributo maternità: 100%.

versamento contributi (soggettivo e oggettivo): 2^ rata. versamento contributi (soggettivo e oggettivo): 3^ rata. versamento contributi (soggettivo e oggettivo): 4^ rata.

COVID-19: operative le procedure di richiesta CIGO e assegno FIS, per la CIGD si attendono le Regioni

Con il messaggio n. 1287 del 20 marzo 2020, l’Inps fornisce una prima sintetica illustrazione delle indicazioni operative relative alle prestazioni di Cassa integrazione ordinaria, Assegno ordinario e Cassa integrazione in deroga, riferite all’emergenza Covid-19. Successivamente, a seguito del parere favorevole del Ministero vigilante, saranno fornite le istruzioni operative e procedurali di dettaglio, in merito all’applicazione dei suddetti benefici, con relativa circolare.

Come noto, tra le misure introdotte dal Decreto Cura Italia, si prevedono anche tutele a sostegno del reddito per la sospensione o la riduzione dell’attività lavorativa, mediante l’utilizzo esteso della cassa integrazione ordinaria, dell’assegno ordinario e della cassa integrazione in deroga.
Possono essere ammessi alla fruzione del trattamento di Cassa integrazione ordinaria con causale “COVID-19 nazionale” i seguenti soggetti:
– imprese industriali manifatturiere, di trasporti, estrattive, di installazione di impianti, produzione e distribuzione dell’energia, acqua e gas;
– cooperative di produzione e lavoro che svolgano attività lavorative similari a quella degli operai delle imprese industriali, ad eccezione delle cooperative D.P.R. n. 602/1970;
– imprese dell’industria boschiva, forestale e del tabacco;
– cooperative agricole, zootecniche e loro consorzi che esercitano attività di trasformazione, manipolazione e commercializzazione di prodotti agricoli propri per i soli dipendenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato;
– imprese addette al noleggio e alla distribuzione dei film e di sviluppo e stampa di pellicola cinematografica;
– imprese industriali per la frangitura delle olive per conto terzi;
– imprese produttrici di calcestruzzo preconfezionato;
imprese addette agli impianti elettrici e telefonici;
– imprese addette all’armamento ferroviario;
– imprese industriali degli enti pubblici, salvo il caso in cui il capitale sia interamente di proprietà pubblica;
– imprese industriali e artigiane dell’edilizia e affini;
– imprese industriali esercenti l’attività di escavazione e/o lavorazione di materiale lapideo;
– imprese artigiane che svolgono attività di escavazione e di lavorazione di materiali lapidei, con esclusione di quelle che svolgono tale attività di lavorazione in laboratori con strutture e organizzazione distinte dalla attività di escavazione.
La domanda può essere presentata, con le consuete modalità, per periodi decorrenti dal 23 febbraio 2020 al 31 agosto 2020 e per una durata massima di 9 settimane, utilizzando la nuova causale denominata “COVID-19 nazionale”. Le aziende non devono fornire alcuna prova in ordine alla transitorietà dell’evento e alla ripresa dell’attività lavorativa, né dimostrare la sussistenza del requisito di non imputabilità dell’evento stesso all’imprenditore o ai lavoratori. Conseguentemente, l’azienda deve presentare in allegato alla domanda il solo elenco dei lavoratori beneficiari, ma non la relazione tecnica. Al riguardo, in attesa dell’adeguamento delle procedure, occorre allegare un documento fittizio nella sezione Allegati. Altresì, non occorre dare comunicazione all’Inps della “avvenuta informazione alle rappresentanze sindacali o alla rappresentanza sindacale unitaria”, così sui motivi della mancata comunicazione nel quadro N, va indicato “dispensa Art. 19 comma 2 DL 18/2020”.
Le aziende possono chiedere l’integrazione salariale per “Emergenza COVID-19 nazionale” anche se hanno già presentato una domanda o hanno in corso un’autorizzazione con diversa causale. Il periodo concesso con causale “Emergenza COVID-19 nazionale”, infatti, prevale sulla precedente autorizzazione o sulla precedente domanda non ancora definita. Tali autorizzazioni e domande sono annullate d’ufficio per i periodi corrispondenti.
In termini di istruttoria, sono previste numerose agevolazioni per favorire la massima fruizione delle integrazioni salariali:
– non occorre che i lavoratori siano in possesso del requisito dell’anzianità di 90 giorni di effettivo lavoro, ma è sufficiente che essi siano alle dipendenze dell’azienda richiedente alla data del 23 febbraio 2020;
– non si tiene conto dei limiti di durata (52 settimane nel biennio mobile; 24 mesi, 30 per le imprese del settore edilizia e lapideo, nel quinquennio mobile; 1/3 delle ore lavorabili);
– il termine di presentazione della domanda è individuato alla fine del quarto mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il periodo di sospensione o di riduzione dell’attività lavorativa;
– non è dovuto il pagamento del contributo addizionale;
– i periodi autorizzati sono neutralizzati in caso di successive richieste.
Oltre all’ordinaria modalità di erogazione delle prestazioni tramite conguaglio su Uniemens, è possibile scegliere il pagamento diretto al lavoratore, senza che il datore di lavoro debba comprovare le difficoltà finanziarie dell’impresa.
Possono fruire dell’assegno ordinario, nei casi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa:
– per il Fondo di integrazione salariale (FIS): i lavoratori dipendenti, compresi i lavoratori assunti con contratto di apprendistato professionalizzante e con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio, impiegati presso datori di lavoro che occupano più di cinque dipendenti. Peraltro, i datori di lavoro che hanno in corso un assegno di solidarietà possono accedere al trattamento anche per gli stessi lavoratori già beneficiari dell’assegno di solidarietà, a copertura delle ore di lavoro residue che non possono essere prestate per sospensione totale dell’attività.
– per i Fondi di solidarietà di settore: i lavoratori dipendenti, compresi i lavoratori assunti con contratto di apprendistato professionalizzante, esclusi i dirigenti, se non diversamente specificato dai regolamenti dei rispettivi fondi.
Anche a tal riguardo, la fase istruttoria è notevolmente semplificata, al fine di garantire un più agevole accesso alla prestazione e favorirne la massima fruizione:
– non occorre che i lavoratori siano in possesso del requisito dell’anzianità di 90 giorni di effettivo lavoro, ma è sufficiente che siano alle dipendenze dell’azienda richiedente alla data del 23 febbraio 2020;
– non si tiene conto dei limiti di durata (52 settimane nel biennio mobile o 26 settimane nel biennio mobile per il Fondo di integrazione salariale; 24 mesi nel quinquennio mobile; 1/3 delle ore lavorabili);
– non si tiene conto del tetto contributivo aziendale;
– il termine di presentazione delle domande è individuato alla fine del quarto mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il periodo di sospensione o di riduzione dell’attività lavorativa;
– non è dovuto il pagamento del contributo addizionale;
– i periodi autorizzati sono neutralizzati in caso di successive richieste.
La domanda deve essere presentata dal datore di lavoro esclusivamente on line sul sito www.inps.it, avvalendosi dei servizi per “Aziende, consulenti e professionisti”, alla voce “Servizi per aziende e consulenti”, opzione “CIG e Fondi di solidarietà”, selezionando la causale “Emergenza COVID-19 nazionale”. Alla domanda non deve essere allegata la scheda causale o altra documentazione probatoria, salvo il file csv che deve riportare l’elenco di tutti i dipendenti, interessati o meno dalla sospensione o riduzione dell’attività lavorativa. Le aziende possono chiedere l’integrazione salariale per “Emergenza COVID-19 nazionale” anche se hanno già presentato una domanda o hanno in corso un’autorizzazione con altra causale. Il periodo concesso con causale “Emergenza COVID-19 nazionale”, infatti, prevale sulla precedente autorizzazione o sulla precedente domanda non ancora definita. Queste ultime vengono annullate d’ufficio per i periodi corrispondenti. Per i fondi di solidarietà alternativi (FSBA e somministrazione), la domanda va presentata direttamente al fondo di appartenenza e non all’INPS.
Oltre all’ordinaria modalità di erogazione della prestazione tramite conguaglio su Uniemens, è possibile scegliere il pagamento diretto al lavoratore, senza che il datore di lavoro debba comprovare le difficoltà finanziarie dell’impresa.
A tutti i datori di lavoro del settore privato, compresi quello agricolo, pesca e del terzo settore, compresi gli enti religiosi civilmente riconosciuti, non rientranti nel campo di applicazione della CIGO, del FIS o dei Fondi di solidarietà, possono essere riconosciuti trattamenti di cassa integrazione salariale in deroga per un periodo non superiore a nove settimane. Sono esclusi i datori di lavoro domestico ed i lavoratori assunti dopo il 23 febbraio 2020. La prestazione è aggiuntiva rispetto alle disposizioni già adottate per i trattamenti in deroga concessi alle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, e per la cosiddetta “zona rossa”.
Per i datori di lavoro con più di 5 dipendenti è necessario l’accordo sindacale, concluso anche in via telematica, con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale, relativamente alla durata della sospensione del rapporto di lavoro. Per datori di lavoro che occupano fino a 5 dipendenti, non è necessario l’accordo sindacale, neanche concluso in via telematica.
Ai fini del riconoscimento del trattamento non si applicano:
– le disposizioni relative al requisito dell’anzianità di effettivo lavoro;
– il contributo addizionale;
– la riduzione in percentuale della relativa misura in caso di proroghe dei trattamenti di cassa integrazione in deroga.
Le domande di accesso alla prestazione devono essere presentate esclusivamente alle Regioni e Province autonome interessate, che effettuano l’istruttoria secondo l’ordine cronologico di presentazione delle stesse. La prestazione è concessa con decreto delle Regioni e delle Province autonome interessate, le quali provvedono anche alla verifica della sussistenza dei requisiti di legge. Le Regioni inviano all’Istituto, in modalità telematica tramite il Sistema Informativo dei Percettori (SIP), il decreto di concessione, individuato con numero di decreto convenzionale “33193”, e la lista dei beneficiari.
Quanto alle modalità di ergazione, è possibile esclusivamente il pagamento diretto. Il datore di lavoro è tenuto ad inoltrare il modello “SR 41”.

Inpgi, il condono delle sanzioni civili per i datori di lavoro inadempienti

6 mar 2020 Con circolare n. 4 del 3 marzo 2020, l’Inpgi rende nota la possibilità di procedere alla sanatoria delle inadempienze contributive determinatesi entro il 25 febbraio 2020, tanto nei casi di evasione che di omissione contributiva, con l’integrale pagamento della contribuzione dovuta e di una somma aggiuntiva pari al 3%, in luogo delle sanzioni civili.

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, con nota del 25 febbraio 2020, ha approvato la delibera Inpgi del 24 ottobre 2019, a mezzo della quale l’Istituto, avvalendosi dell’autonoma potestà normativa in materia di sanzioni, ha riconosciuto ai datori di lavoro la facoltà di sanare le inadempienze contributive verificatesi entro la data di approvazione dell’atto da parte dei Ministeri vigilanti.
Pertanto, sia nei casi di evasione che di omissione contributiva, le inadempienze determinatesi entro il 25 febbraio 2020 nei confronti della Gestione previdenziale Inpgi sostitutiva dell’AGO (lavoro dipendente), anche se non ancora accertate, possono essere sanate con il pagamento integrale della contribuzione dovuta e di una somma aggiuntiva pari al 3% su base annua dei contributi non pagati, nel limite del 25% dell’importo totale dei contributi omessi o evasi.
Possono avvalersi della misura agevolativa i datori di lavoro tenuti al versamento dei contributi previdenziali per legge e/o contratto, debitori per omesso o ritardato pagamento degli stessi. La regolarizzazione può riguardare sia i soggetti già iscritti, che quelli di prima iscrizione. I periodi contributivi oggetto di regolarizzazione sono quelli maturati fino al 25 febbraio 2020 (periodo di paga di competenza “gennaio 2020”), essendo irrilevante che i debiti siano oggetto di controversie pendenti in sede amministrativa o giudiziale, qualsiasi sia il grado di giudizio.
Al riguardo, peraltro, per la presentazione di domande di sanatoria non è ammessa la riserva di ripetizione (Corte di Cassazione, S.U., sentenza n. 4918/1998), sicchè:
– nei casi di controversia amministrativa in atto, l’azienda che intenda avvalersi della sanatoria deve effettuare la dichiarazione di riconoscimento del debito contributivo;
– nei casi di controversia giudiziale, l’azienda deve, ulteriormente, effettuare la rinuncia agli atti ed all’azione relativa al debito contributivo oggetto di condono, fermo restando che anche l’Inpgi effettua identica rinuncia nel caso in cui abbia promosso azioni giudiziali contro l’azienda, previa dichiarazione di riconoscimento del debito contributivo da parte dell’azienda stessa.
Le istanze di condono relative all’intero contenzioso contributivo o a parte di esso, devono essere presentate dalle aziende all’Inpgi entro e non oltre lunedì 31 agosto 2020. A tal fine, per le richieste inoltrate a mezzo posta fa fede la data del timbro postale ovvero la data di inoltro della PEC.
Gli importi relativi ai contributi ed alle sanzioni possono essere versati in unica soluzione o mediante rateazione, con applicazione di un tasso di interesse dell’1,5% su base annua, sino a:
– 12 mesi, qualora l’importo oggetto di rateazione sia inferiore a 20.000,00 euro;
– 24 mesi, qualora l’importo sia compreso tra 20.001,00 e 50.000,00 euro;
– 36 mesi, qualora l’importo sia superiore 50.001,00 euro;
Nella domanda di condono, le aziende devono specificare il numero delle rate mensili in cui intendono effettuare il pagamento. Il mancato versamento di due rate anche non consecutive comporta, per il debito residuo, la decadenza dai benefici del condono e la conseguente attivazione delle procedure di recupero, con il ripristino delle sanzioni civili in misura intera.
La sanatoria può avere ad oggetto anche debiti contributivi per i quali l’azienda sia già stata ammessa al pagamento rateale, limitatamente alle rate non ancora pagate. Anche in tal caso, l’importo dovuto può essere corrisposto in un’unica soluzione ovvero in un numero di rate mensili da 12 a 36, ma comunque non superiori a quelle del precedente piano di ammortamento, non ancora scadute all’atto della presentazione della domanda di condono.
Il pagamento, in unica soluzione o in forma rateale, deve essere effettuato utilizzando il modello F24/accise, indicando il codice tributo “CR01”.
I moduli per la presentazione della domanda di condono, denominato “COND. 47/2019”, sono reperibili nella sezione modulistica del sito internet dell’Istituto (www.inpgi.it). Gli stessi vanno presentati, debitamente compilati e sottoscritti, entro la suddetta data di scadenza.
L’Istituto, verificata la domanda e la documentazione allegata, comunica all’azienda, a stretto giro di posta, l’ammissione al condono ed i termini per il versamento delle somme dovute.

Indebiti non pensionistici, le indicazioni Inps sulle modalità del recupero

Ai fini del recupero degli indebiti sulle prestazioni a sostegno del reddito, in mancanza della possibilità di compensazione impropria o laddove, dopo l’operazione, residui una parte di indebito da recuperare, si deve procedere mediante trattenuta sulla prestazione in corso di pagamento, nei limiti del quinto del totale dei trattamenti in godimento, al lordo delle ritenute fiscali, ovvero mediante rimessa in denaro, anche in maniera rateizzata, su domanda dell’interessato e solo per debiti superiori a 100,00 euro (Inps, messaggio 25 febbraio 2020, n. 734).

In attesa della emanazione di uno specifico regolamento recante criteri, termini e modalità di gestione del recupero dei crediti derivanti da indebiti non pensionistici, alle prestazioni a sostegno del reddito vanno applicate le disposizioni del Regolamento in materia di recupero indebiti da prestazioni pensionistiche e da trattamenti di fine servizio/fine rapporto nelle fasi antecedenti l’iscrizione a ruolo (Inps, determinazione presidenziale n. 123/2017), in quanto compatibili.
In primis, il procedimento amministrativo prevede la verifica della possibilità di effettuare una compensazione c.d. impropria. Essa richiede che il credito del percettore sia riferito ad arretrati sulla stessa prestazione. Per medesima prestazione a sostegno del reddito deve intendersi non genericamente una prestazione del medesimo tipo, ma specificamente quella che sorge dallo stesso titolo. A titolo esemplificativo, con riferimento alla disoccupazione agricola, il trattamento riferibile ad una specifica annualità; con riferimento alla NASpI, il trattamento collegato alla cessazione di uno specifico rapporto di lavoro. in tali casi, ha luogo l’elisione delle reciproche partite di debito-credito tra Inps ed assicurato/debitore. Il recupero dell’indebito non soggiace, in tal caso, al limite della misura del quinto della somma dovuta.
In secondo luogo, è previsto l’invio all’interessato di una nota di debito che, oltre alla specifica indicazione della motivazione a base dell’indebito, contiene la diffida a restituire la somma entro 30 giorni dal ricevimento della nota di debito da parte del debitore; la somma viene gravata degli interessi legali nei casi di dolo, ossia nelle ipotesi di c.d. indebito di condotta.
Trascorso infruttuosamente il termine di 30 giorni dal ricevimento della nota di debito da parte del debitore, ha luogo il recupero dell’indebito secondo il seguente ordine di priorità:
1) trattenuta su prestazioni in corso di pagamento, contenuta nei limiti del quinto della prestazione, da calcolare sul totale dei trattamenti in godimento, al lordo delle ritenute fiscali;
2) pagamento mediante rimessa in denaro. Al riguardo, è consentita la rateizzazione su domanda dell’interessato, solo per debiti superiori a 100,00 euro e le rate mensili correnti non possono essere di importo inferiore a 60,00 euro, fatta salva la rata finale. La durata del rateizzo non può essere superiore a:
– 24 mensilità per gli indebiti c.d. “di condotta”, ovvero connessi ad un elemento intenzionale o ad un comportamento commissivo od omissivo che ha generato la prestazione indebita (ad esempio, nel caso di disconoscimento del rapporto di lavoro cui è correlata la prestazione liquidata);
– 36 mesi per gli indebiti c.d. “civili”, ossia quelli per cui l’indebita erogazione risiede in fattori diversi dall’applicazione della specifica disciplina di settore (a titolo esemplificativo, gli indebiti derivanti da pronuncia di sentenza favorevole al beneficiario, riformata in un successivo grado di giudizio);
– 72 mensilità per gli indebiti c.d. “propri”, ossia quelli per cui la causa dell’indebito è da ricondurre ad una motivazione oggettiva insita nelle modalità di calcolo ed erogazione della prestazione.
Per gli indebiti “di condotta” e “civili” la rateizzazione può essere accordata solo per comprovate situazioni socio-economiche dell’interessato e con applicazione sul dovuto, già maggiorato degli interessi legali decorrenti dalle date di effettuazione dei singoli pagamenti, degli interessi legali di dilazione (art. 1282 c.c.) fino all’effettivo soddisfo.

Bonus bebè, importo minimo spettante anche in caso di ISEE assente o difforme

Con circolare n. 26 del 14 febbraio 2020, l’Inps fornisce le indicazioni operative per la richiesta dell’assegno di natalità (c.d. bonus bebè), per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020. La prestazione viene rimodulata con nuove soglie ISEE e può spettare, in applicazione del principio “universalistico”, nei limiti di un importo minimo, anche in caso di ISEE assente o difforme.

Come noto, l’articolo 1, comma 340, della Legge di bilancio 2020, ha confermato l’assegno di natalità (c.d. bonus bebè), per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2020 al 31 dicembre 2020, fino al compimento del primo anno di età o del primo anno di ingresso in famiglia a seguito dell’adozione del bambino.
Per quanto attiene i requisiti previsti per la concessione della prestazione, essa spetta su domanda presentata da uno dei genitori entro 90 giorni dalla nascita oppure dalla data di ingresso del minore nel nucleo familiare a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo, avvenuti tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2020. In tale caso, la prestazione è riconosciuta a decorrere dal giorno di nascita o di ingresso nel nucleo familiare, del minorenne. Se la domanda è presentata oltre i predetti termini, l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda.
I richiedenti devono possedere la cittadinanza italiana o comunitaria; in caso di cittadini extracomunitari, l’assegno è spettante laddove essi abbiano lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria, ovvero siano titolari di:
– permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
– carta di soggiorno per familiare di cittadino dell’Unione europea (italiano o comunitario) (art. 10, D.Lgs. n. 30/2007);
– carta di soggiorno permanente per i familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro (art. 17, D.Lgs. n. 30/2007).
Altresì, è necessaria la residenza in Italia del genitore richiedente e la convivenza con il minore.
Per l’anno 2020, sono previsti nuovi e diversi importi annui della prestazione in base alle fasce ISEE:
– in presenza di ISEE non superiore a 7.000,00 euro annui, l’assegno di natalità è pari a 1.920,00 euro annui o 2.304,00 euro annui in caso di figlio successivo al primo; cioè, rispettivamente, 160,00 euro al mese per il primo figlio e 192,00 euro in caso di figlio successivo al primo;
– se l’ISEE è superiore a 7.000,00 euro annui, ma non a 40.000,00 euro, l’assegno di natalità è pari a 1.440,00 euro annui o 1.728,00 euro annui in caso di figlio successivo al primo;
– qualora l’ISEE sia superiore a 40.000,00 euro, l’assegno è pari a 960,00 euro annui o 1.152,00 euro annui in caso di figlio successivo al primo.
In ogni caso, la durata massima di erogazione dell’assegno è stabilita in 12 mensilità.
Peraltro, per gli eventi del 2020, in assenza di ISEE in corso di validità al momento della presentazione della domanda (ad esempio, DSU non presentata, ISEE scaduto, DSU senza bambino per il quale l’assegno è richiesto, etc.), nonché in presenza di omissioni e/o difformità nell’attestazione ISEE al momento della domanda, l’assegno di natalità è ugualmente corrisposto in presenza degli altri requisiti, nella misura minima di 80,00 euro (96,00 euro in caso di figlio successivo al primo), a differenza di quanto previsto nella precedente normativa
In tali situazioni, il possesso degli ulteriori requisiti (relazione di genitorialità, convivenza con il minore, etc.) deve essere autodichiarato nella domanda di prestazione con assunzione di responsabilità del richiedente in caso di dichiarazioni false e mendaci (art. 76, D.P.R. n. 445/2000).
Laddove, poi, la DSU venga presentata successivamente ovvero regolarizzata entro il termine di validità, l’importo dell’assegno può essere integrato della differenza eventualmente spettante, dalla data di presentazione della DSU dalla quale sia derivato un ISEE minorenni valido, ovvero a decorrere dalla data dell’evento nascita/adozione (se la domanda era stata presentata entro i 90 giorni) o della domanda (se presentata oltre i 90 giorni).
Per il pagamento dell’assegno, l’Inps provvede alla corresponsione in singole rate mensili pari all’importo spettante a seconda del valore dell’ISEE, secondo le modalità (conto corrente, bonifico domiciliato, etc.) indicate dal richiedente nella domanda. L’eventuale richiesta di modifica della modalità di pagamento indicata in domanda deve essere corredata dal modulo “SR163”.
L’erogazione dell’assegno è interrotta per decadenza in caso di perdita di uno dei requisiti di legge (ad esempio, in caso di trasferimento della residenza all’estero, perdita del requisito della cittadinanza, provvedimento negativo del giudice che determina il venir meno dell’affidamento preadottivo, revoca dell’adozione, decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale, affidamento esclusivo del minore al genitore che non ha presentato la domanda, affidamento del minore a persona diversa dal richiedente). L’assegno è invece revocato in presenza di motivazioni che ab origine avrebbero comportato la mancata possibilità di usufruire della prestazione.
L’assegno di natalità non concorre alla formazione del reddito complessivo ai fini Irpef.

Socio-amministratore di SRL e Gestione commercianti, rileva l’ingerenza nel ciclo produttivo

La valutazione congiunta dell’abitualità e della prevalenza del personale apporto del socio, secondo un criterio non predeterminato di tempo e di reddito da accertarsi in senso relativo e soggettivo, deve riguardare le attività lavorative espletate dal soggetto in seno all’impresa, costituenti l’oggetto sociale (al netto dell’attività esercitata in quanto amministratore) e non già la comparazione rispetto a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (Corte di Cassazione, ordinanza 11 febbraio 2020, n. 3292)

Una Corte di appello territoriale, riformando la decisione di primo grado, aveva ritenuto il socio/amministratore unico di una SRL, non tenuto all’obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti e annullato, pertanto, le cartelle esattoriali opposte. La Corte territoriale, in particolare, aveva accolto il gravame sul rilievo che l’apporto fornito dall’intimato, dedito abitualmente agli studi universitari, era integralmente riconducibile a quello di amministratore unico, ancorché in azienda l’attività fosse svolta esclusivamente dal socio/amministratore unico senza l’ausilio di dipendenti o collaboratori coordinati e continuativi. La dichiarazione dell’intimato, raccolta in sede ispettiva e tardivamente prodotta in appello dall’Inps, cui spetta l’onere di provare ed allegare l’espletamento di una attività riconducibile a quella di socio, risultava insufficiente a far ritenere raggiunta la prova della partecipazione al lavoro aziendale agli effetti dell’iscrizione alla Gestione commercianti.
Avverso detta sentenza ricorre così in Cassazione l’Inps, per violazione e falsa applicazione della legge (art. 1, commi 203 e 208, L. n. 662/1996, così come interpretato dall’art. 12, co. 11, D.L. n. 78/2010).
Per la Suprema Corte il ricorso è da rigettare.
Secondo consolidati precedenti di legittimità (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 28137/2018), al fine della sussistenza del doppio onere di iscrizione (Gestione Commercianti e Gestione separata) occorre la coesistenza di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria.
La relativa verifica è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, potendo assumere rilevanza, ai fini di tale valutazione della prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni.
Quanto all’onere probatorio, esso grava sull’Ente previdenziale, che è tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 23600/2009).
Più specificamente, per il socio/amministratore di società a responsabilità limitata, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività, sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto in seno all’impresa, costituente l’oggetto della società ed ovviamente valutata al netto dell’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore. Per partecipazione al lavoro aziendale, infatti, deve intendersi lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (Corte di Cassazione, sentenza n. 12560/2017, riguardo ai criteri da utilizzare per tale ordine di valutazione).
Così, deve essere assicurato alla Gestione commercianti il socio di SRL che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, secondo un criterio non predeterminato di tempo e di reddito da accertarsi in senso relativo e soggettivo, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa, naturali, materiali e personali (ex multis, Corte di Cassazione n. 17639/2017).

Pensione di inabilità ai lavoratori esposti all’amianto, in GU il decreto con le modalità di concessione

Pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto recante criteri e modalità di concessione della pensione di inabilità ai lavoratori affetti da patologia asbesto-correlata accertata, che abbiano contratto la malattia professionale a causa dell’esposizione all’amianto (D.M. 16 dicembre 2019)

I soggetti destinatari sono i lavoratori in servizio o cessati dall’attività alla data del 30 giugno 2019 (data di entrata in vigore della disposizione di cui all’art. 1, co. 250-bis, della L. 11 dicembre 2016, n. 232), iscritti all’assicurazione generale obbligatoria o alle forme esclusive e sostitutive della medesima, affetti da patologia asbesto-correlata accertata e riconosciuta (art. 13, co. 7, L. 27 marzo 1992, n. 257), che abbiano contratto la malattia professionale a causa dell’esposizione all’amianto, come documentata dall’Inail.
Altresì, sono destinatari del trattamento pensionistico coloro che:
– in seguito alla cessazione del rapporto di lavoro siano transitati in una gestione diversa da quella dell’Inps, inclusi coloro che per effetto della ricongiunzione contributiva effettuata (art. 2, L. 7 febbraio 1979, n. 29), non possono far valere contribuzione nell’assicurazione generale obbligatoria;
– siano titolari del sussidio per l’accompagnamento alla pensione entro l’anno 2020 (art. 1, co. 276, L. 28 dicembre 2015, n. 208; D.M. 29 aprile 2016) che optino per la pensione di inabilità (art. 1, co. 250, L. 11 dicembre 2016, n. 232).
I citati soggetti devono essere in possesso:
– del requisito contributivo, che si intende perfezionato quando risultino versati o accreditati a favore dell’assicurato almeno cinque anni nell’arco dell’intera vita lavorativa;
– nonché, del riconoscimento, da parte dell’Inail, di una patologia asbesto-correlata di origine professionale, anche qualora l’assicurato non si trovi nell’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa.
A decorrere dal 1° gennaio 2020, le domande di accesso devono essere presentate all’Inps entro e non oltre il 31 marzo di ogni anno. Le domande sono accolte entro il limite di spesa prestabilito per le varie annualità (7,7 milioni di euro per l’anno 2019, 13,1 milioni per il 2020, 12,6 milioni per il 2021, 12,3 milioni per il 2022, 11,7 milioni per il 2023, 11,1 milioni per il 2024, 10 milioni per il 2025, 9,2 milioni per il 2026, 8,5 milioni per il 2027 e 7,5 milioni a decorrere dall’anno 2028). Al fine di verificare il raggiungimento, anche in termini prospettici, del limite di spesa, l’Inps procede al monitoraggio delle domande di accesso al beneficio. Qualora emerga il verificarsi di scostamenti, anche in via prospettica, del numero di domande rispetto ai limiti annuali, il riconoscimento del beneficio è differito tenendo conto prioritariamente dell’età anagrafica, dell’anzianità contributiva e, infine, a parità delle stesse, della data di presentazione della domanda.
L’INPS, all’esito del monitoraggio delle domande, comunica all’interessato:
– l’accesso al beneficio, accertata la sussistenza della relativa copertura finanziaria;
– l’accesso al beneficio, con indicazione della prima decorrenza utile della pensione di inabilità, differita in ragione dello scostamento del numero delle domande rispetto ai limiti annuali di spesa;
– il rigetto della domanda di accesso al beneficio qualora l’interessato non risulti in possesso dei requisiti previsti.
Tale pensione di inabilità è incompatibile con lo svolgimento da parte del titolare di qualsiasi attività lavorativa dipendente o autonoma ed è incumulabile con la rendita vitalizia liquidata per lo stesso evento invalidante (D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124), nonché con gli altri benefici pensionistici previsti dalla normativa vigente.

Inps, i contributi dovuti per i lavoratori domestici per l’anno 2020

L’Inps, con circolare 6 febbraio 2020, n. 17, comunica l’importo dei contributi dovuti per l’anno 2020 per i lavoratori domestici.

L’ISTAT ha comunicato la variazione percentuale (0,50%) verificatasi nell’indice dei prezzi al consumo, tra il periodo gennaio-dicembre 2018 e quello di gennaio-dicembre 2019. Di conseguenza, sono state rideterminate le fasce di retribuzione su cui calcolare i contributi dovuti per l’anno 2020 per i lavoratori domestici.

Lavoratori italiani e stranieri

Retribuzione oraria Importo contributo orario
Effettiva Convenzionale Con quota CUAF Senza quota CUAF
fino a € 8,10

oltre € 8,10 e fino a € 9,86

oltre € 9,86

€ 7,17

 

€ 8,10

€ 9,86

€ 1,43 (0,36)

€ 1,62 (0,41)

€ 1,97 (0,49)

€ 1,44 (0,36)

€ 1,63 (0,41)

€ 1,98 (0,49)

Orario di lavoro superiore a 24 ore settimanali € 5,22 € 1,04 (0,26) € 1,05 (0,26)

Lavoratori italiani e stranieri (contributo addizionale 1,40%))

Retribuzione oraria Importo contributo orario
Effettiva Convenzionale Con quota CUAF Senza quota CUAF
fino a € 8,10

oltre € 8,10 e fino a € 9,86

oltre € 9,86

€ 7,17

 

€ 8,10

€ 9,86

€ 1,53 (0,36)

€ 1,73 (0,41)

€ 2,11 (0,49)

€ 1,54 (0,36)

€ 1,74 (0,41)

€ 2,12 (0,49)

Orario di lavoro superiore a 24 ore settimanali € 5,22 € 1,12 (0,26) € 1,12 (0,26)

Quanto al contributo CUAF (Cassa Unica Assegni Familiari), esso non è dovuto nel caso di rapporto fra coniugi, ammissibile soltanto laddove il datore di lavoro coniuge sia titolare di indennità di accompagnamento, e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi, ove riconosciuto ai sensi di legge (art. 1, D.P.R. n. 1403/1971).
In relazione, invece, ai contratti di lavoro a tempo determinato, continua ad applicarsi il contributo addizionale, a carico del datore di lavoro in misura pari all’1,40% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali, nel caso specifico rappresentata dalla retribuzione convenzionale. Tale contributo non si applica ai lavoratori assunti a termine in sostituzione di lavoratori assenti.

Gestione separata Inps: minimale, massimale ed aliquote contributive per l’anno 2020

Con circolare n. 12 del 3 febbraio 2020, l’Inps comunica aliquote, minimale e massimale del reddito, per il calcolo dei contributi dovuti dai soggetti iscritti alla Gestione separata.

Per l’anno 2020, l’aliquota contributiva e di computo per collaboratori e figure assimilate, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, è pari al 33% (art. 2, co. 57, L. n. 92/2012). Ad essa, poi, vanno aggiunte le seguenti aliquote pari a:
– 0,72%, per il finanziamento dell’onere derivante dalla estensione della tutela relativa alla maternità, agli assegni per il nucleo familiare, alla degenza ospedaliera, alla malattia e al congedo parentale (art. 59, co. 16, L. 449/1997; art. 1, commi 788 e 791, L. n. 296/2006; art. 7, D.M. 12 luglio 2007);
– 0,51%, per il finanziamento dell’indennità di disoccupazione per i lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa di studio (DIS-COLL) (art. 7, L. n. 81/2017).
Per i lavoratori autonomi, titolari di posizione fiscale ai fini IVA, iscritti alla Gestione separata e non assicurati ad altre gestioni di previdenza, né pensionati, l’aliquota contributiva è stabilita in misura pari al 25% (art. 1, co. 165, L. n. 232/2016), cui va aggiunta l’ulteriore aliquota dello 0,72%.
Infine, per i soggetti già pensionati o assicurati presso altre forme previdenziali obbligatorie, per l’anno 2020, l’aliquota è confermata al 24%, sia per i collaboratori e le figure assimilate che per i professionisti (art. 1, co. 491, L. n. 147/2013).

Collaboratori e figure assimilate

Aliquote

Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie per i quali è prevista la contribuzione aggiuntiva DIS-COLL 34,23%
Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie per i quali non è prevista la contribuzione aggiuntiva DIS-COLL 33,72%
Soggetti titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria 24%

Professionisti

Aliquote

Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie 25,72%
Soggetti titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria 24%

La ripartizione dell’onere contributivo tra collaboratore e committente è stabilita nella misura rispettivamente di un terzo e due terzi. L’obbligo del versamento dei contributi è in capo all’azienda committente, che deve eseguire il pagamento entro il giorno 16 del mese successivo a quello di effettiva corresponsione del compenso, tramite il modello “F24” telematico per i datori privati e il modello “F24 EP” per le Amministrazioni pubbliche.
Per quanto concerne i professionisti, invece, l’onere contributivo è a carico degli stessi ed il versamento deve essere eseguito, tramite modello “F24” telematico, alle scadenze fiscali previste per il pagamento delle imposte sui redditi.
Per l’anno 2020, il massimale di reddito è pari ad euro 103.055,00 (art. 2, co. 18, L. n. 335/95); il minimale di reddito è invece pari ad euro 15.953,00 (art. 1, co. 3, L. n. 233/1990).
Conseguentemente, gli iscritti ottengono l’accredito dell’intero anno con un contributo annuo pari ad euro:
– 3.828,72 (di cui 3.828,72 ai fini pensionistici), per i titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria che applicano l’aliquota del 24%;
– 4.103,11 (di cui 3.988,25 ai fini pensionistici) per i professionisti che applicano l’aliquota del 25,72%;
– 5.379,35 (di cui 5.264,52 ai fini pensionistici) per i collaboratori e le figure assimilate che applicano l’aliquota al 33,72%;
– 5.460,71 (di cui 5.264,52 ai fini pensionistici) per i collaboratori e le figure assimilate che applicano l’aliquota al 34,23%.

Riscatto dei corsi universitari: efficacia retroattiva anche per i periodi da valutare con il contributivo

L’efficacia retroattiva dei riscatti è sussistente anche in relazione a quelli da valutare con il sistema contributivo. Di qui, è possibile che, in forza del riscatto con onere determinato con il criterio a percentuale, si acquisisca la decorrenza della pensione in data antecedente a quella della domanda di riscatto; in tal caso, però, la misura dei ratei di pensione compresi tra la data di decorrenza della pensione e la data della domanda di riscatto, va determinata senza considerare nel montante contributivo individuale i contributi relativi al periodo riscattato (Inps, circolare 22 gennaio 2020, n. 6).

Come noto, l’onere per il riscatto dei corsi universitari di studio è determinato in base alle norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo, tenuto conto della collocazione temporale dei periodi oggetto di riscatto (art. 2, D.Lgs. n. 184/1997). Di qui, per i periodi in relazione ai quali trova applicazione il sistema retributivo, si applica il criterio della riserva matematica. Per i periodi da valutare con il sistema contributivo, invece, rilevano le aliquote contributive di finanziamento vigenti nel regime ove il riscatto opera, alla data di presentazione della domanda, da applicarsi alla retribuzione assoggettata a contribuzione nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data della domanda. In alternativa, per il solo riscatto del corso universitario da valutare nel sistema contributivo, in base a quanto disposto dall’articolo 2, comma 5-quater, del D.Lgs. n. 184/1997, introdotto dal D.L. n. 4/2019, l’onere è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al minimale annuo per i soggetti iscritti alle Gestioni degli artigiani e commercianti (art. 1, co. 3, L. n. 233/1990), moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’AGO per i lavoratori dipendenti (cd. “riscatto agevolato”).
Ciò premesso, l’efficacia retroattiva dei riscatti, confermata espressamente dalla prassi Inps (circolare n. 12/1996) e dalla giurisprudenza (Corte di Cassazione – S.U., sentenza n. 3667/1995) con specifico riferimento ai riscatti con onere determinato tramite la modalità di calcolo della riserva matematica, deve ritenersi sussistente anche in relazione a quelli da valutare con il sistema contributivo, fatti salvi i limiti emergenti dalla normativa di riferimento. Pertanto, ai fini della maturazione del diritto a pensione, i periodi oggetto del riscatto in argomento vanno considerati nella loro collocazione temporale, esplicando effetti giuridici come se fossero stati tempestivamente acquisiti alla posizione assicurativa dell’interessato, salvo che per la rivalutazione del montante individuale dei contributi, avente effetto dalla “data della domanda di riscatto” (art. 2, co 5, D.Lgs. n. 184/1997).
È dunque possibile che, in forza del riscatto con onere determinato con il criterio a percentuale, si acquisisca la decorrenza della pensione (liquidata col sistema contributivo o misto) in data antecedente a quella della domanda di riscatto. In tal caso, però, la misura dei ratei di pensione compresi tra la data di decorrenza della pensione e la data della domanda di riscatto, va determinata senza considerare nel montante contributivo individuale i contributi relativi al periodo riscattato. Fa eccezione l’ipotesi in cui il montante relativo al riscatto sia determinante affinché l’importo dell’assegno raggiunga i limiti minimi di importo fissati dalla legge per la liquidazione della pensione; in tal caso, infatti, la decorrenza della stessa non può essere antecedente alla domanda di riscatto. Inoltre, in ogni caso, i periodi riscattati che si collochino nel sistema contributivo vanno sempre esclusi dalla determinazione della retribuzione media pensionabile per il calcolo delle quote retributive della pensione (c.d. “neutralizzazione”).
In ordine, poi, alle modalità di determinazione dell’onere nei casi in cui per la collocazione temporale dei periodi dovrebbe adottarsi il criterio della riserva matematica, ma per effetto dell’opzione per il calcolo esclusivamente contributivo della pensione, i periodi medesimi sono valutati con il sistema contributivo (art. 1, co. 23, L. n. 335/1995), rileva il momento di presentazione della domanda di riscatto e dell’opzione. In particolare, se quest’ultima precede l’istanza di riscatto, l’onere è determinato secondo il criterio del calcolo a percentuale. Peraltro, l’accettazione dell’onere determinato con il diverso criterio, per effetto dell’esercizio della facoltà di opzione in parola, rende irrevocabile l’opzione stessa, a nulla rilevando che essa sia esercitata al momento del pensionamento ovvero nel corso della vita lavorativa (Inps, messaggio n. 219/2013). Anche qualora l’interessato eserciti l’opzione e successivamente accetti il riscatto, per effetto del quale raggiunga un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31 dicembre 1995, l’opzione rimane ferma e irrevocabile.
Infine, per le lavoratrici che optano per la liquidazione del trattamento pensionistico di anzianità secondo le regole di calcolo del sistema contributivo (cd. “opzione donna”), è sussistente la facoltà di chiedere che l’onere di riscatto dei periodi, che in assenza dell’opzione in parola sarebbe stato determinato con il sistema della riserva matematica, sia determinato secondo il criterio del calcolo a percentuale. Tuttavia, è necessario che la domanda di riscatto sia presentata all’atto del pensionamento, ossia contestualmente alla domanda di pensione recante la scelta della lavoratrice di accesso alla c.d. opzione donna.