Cassetto Previdenziale Aziende: “Evidenze CIG”

Nel Cassetto Previdenziale Aziende è presente la funzionalità “Evidenze CIG”, che consente di monitorare i conguagli relativi alle autorizzazioni CIG gestite con il sistema del ticket, nonché agevolare la visualizzazione di errori che potrebbero determinare differenze di importi conguagliati comunicati con nota di rettifica.

In tale sezione sono riportate le seguenti informazioni:
– Tipo autorizzazione: sono evidenziati il numero di autorizzazione e il relativo numero di ticket. Nel caso in cui l’autorizzazione non sia ancora stata rilasciata, è indicato solo il numero di ticket.
– Tipologia di prestazione: è indicata la tipologia di autorizzazione (CIG ordinaria/CIG straordinaria).
– Ore C.I.G.: sono riportate le ore di CIG autorizzate, esposte, residue.
– Importo CIG: riporta le informazioni di seguito specificate relative al montante calcolato, al montante concesso; al saldo. In presenza di un importo CIG con montante calcolato uguale a “0” la procedura Uniemens- CIG evidenzia che, nonostante la presenza di autorizzazione, sono stati rilevati errori che non consentono la determinazione del montante.
– Contributo Addizionale: dovuto, dichiarato, saldo.
– Sezione Errori: in questa sezione è riportato il numero delle denunce individuali (N.D.I.) e il numero di errori rilevati nei controlli di coerenza, congruità, compatibilità e calcolo.
– Dettaglio posizione: sono riportati i mesi di competenza relativi sia agli eventi esposti che ai conguagli effettuati.
– Dettaglio periodo: in tale sezione, sono riportati, per singolo periodo, i dati relativi al dettaglio individuale con l’indicazione del calcolo della prestazione, del corrispondente contributo addizionale e della differenza di accredito, nonché eventuali errori con descrizione analitica della relativa causale.

“Artigiani di fatto”: chiarimenti sugli obblighi contributivi

L’esercizio di attività che richiedono specifiche competenze tecnico-professionali a tutela degli utenti, da parte di un titolare che ne sia sprovvisto e che quindi esercita l’attività in modo abusivo, deve ricevere apposita disciplina anche al fine di non dare luogo a significativi squilibri del mercato. Pertanto, la norma dispone che il soggetto privo dei requisiti di legge per lo svolgimento di attività artigiana, e quindi per l’iscrizione alla gestione artigiani, non possa essere esonerato dall’adempimento degli obblighi previdenziali per il periodo di esercizio effettivo dell’attività (art. 6, co. 2, lett. f-sexies), L. 12 luglio 2011, n. 106).

La previsione normativa di cui sopra si basa sul presupposto logico che tale attività, una volta evidenziata la palese irregolarità di esercizio, dovrà essere cessata, con conseguente cessazione dell’obbligo contributivo. Pertanto, il soggetto rimarrà iscritto alla gestione previdenziale artigiani fino alla data di emissione della delibera della Commissione Provinciale Artigianato (o Organismo equipollente) che ne decreterà la cancellazione o la non iscrivibilità all’Albo delle Imprese Artigiane, trattandosi appunto di attività svolta in assenza dei requisiti di legge.
Di seguito vengono illustrati gli esempi più frequenti di soggetti erroneamente iscritti alla gestione artigiani (Messaggio Inps n. 1138/2018):
– Ditta/società con Responsabile Tecnico diverso dal titolare/socio: le imprese nell’ambito delle quali i requisiti tecnico/professionali previsti dalle leggi statali siano posseduti da un soggetto esterno alla compagine aziendale, non sono considerate imprese artigiane in quanto non riconducibili alle disposizioni di cui alla legge 8 agosto 1985, n. 443. Le stesse, pertanto, non possono essere iscritte all’Albo ed i relativi titolari/soci non possono chiedere la copertura previdenziale nella gestione artigiani. Possono, tuttavia, legittimamente operare sul mercato con eventuale inquadramento in altro settore ai fini previdenziali, in presenza dei requisiti di legge.
– Soci di S.n.c. non iscritta all’Albo Imprese Artigiane: nell’ipotesi di una S.n.c. che esercita regolarmente un’attività astrattamente compresa nel settore artigiano, ma non è iscritta all’Albo imprese Artigiane perché solo la minoranza dei soci vi presta la propria opera, in analogia con quanto esposto nelle conclusioni descritte al paragrafo precedente, non si tratta di impresa artigiana. Ne consegue l’impossibilità di iscrivere i soci alla gestione previdenziale quali artigiani di fatto.
– Soci di S.r.l. pluripersonale: dalla formulazione dell’art. 5, co. 3, L. n. 443/85, introdotto dalla L. n. 57/2001, si evince l’esistenza di una mera facoltà e non di un obbligo, in capo alle S.r.l. pluripersonali, di iscrizione all’Albo delle imprese artigiane, da cui sorgerebbe l’obbligo di iscrizione alla gestione artigiani. Pertanto, in assenza dell’iscrizione della S.r.l. all’AIA su domanda della società, resta esclusa l’iscrizione d’ufficio alla Gestione Artigiani dei soci di S.r.l. pluripersonali che svolgono attività compresa nel settore artigiano.

Prestazioni a carico del FIS: l’assegno di solidarietà

In appresso, si analizzano brevemente il campo di applicazione, misura, durata e modalità di richiesta dell’assegno di solidarietà a carico del FIS.

Il FIS può garantire un assegno di solidarietà in favore dei dipendenti di datori di lavoro che abbiano occupato mediamente più di 5 lavoratori nel semestre precedente e abbiano stipulato con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o con le loro RSA ovvero con la RSU, accordi collettivi aziendali che stabiliscono una riduzione dell’orario di lavoro, al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale nel corso della procedura di riduzione del personale o al fine di evitare licenziamenti plurimi individuali per giustificato motivo oggettivo. Gli accordi collettivi individuano i lavoratori interessati e quantificano la riduzione oraria, fermo restando che essa non può essere superiore al 60% dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati. Per ciascun lavoratore, poi, la percentuale di riduzione complessiva dell’orario di lavoro non può essere superiore al 70% nell’arco dell’intero periodo per il quale l’accordo di solidarietà è stipulato. Gli accordi devono anche specificare le modalità attraverso cui, qualora sia necessario soddisfare temporanee esigenze di maggior lavoro, il datore di lavoro può modificare in aumento, nei limiti del normale orario di lavoro, l’orario ridotto. La misura delle prestazioni per le ore di lavoro non prestate è calcolata in modo equivalente a quanto previsto per i trattamenti di cassa integrazione guadagni ordinaria e quindi in misura pari all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese tra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale. L’assegno di solidarietà può essere corrisposto per un periodo massimo di 12 mesi in un biennio mobile, calcolando le 103 settimane a ritroso dalla fine della prima settimana di riduzione di orario e verificando se in tale arco di tempo siano state già usufruite 52 settimane di riduzione. Occorre rispettare, comunque, il limite complessivo di 24 mesi in un quinquennio mobile, salvo l’eventualità di ricorso all’intervento che dà luogo alla corresponsione dell’assegno di solidarietà, computato nella misura della metà fino al predetto limite e, per intero, oltre. Per l’ammissione all’assegno di solidarietà, il datore di lavoro presenta in via telematica all’Inps domanda di concessione, corredata dall’accordo sindacale e dall’elenco dei lavoratori interessati alla riduzione di orario, sottoscritto dalle organizzazioni sindacali e dal datore di lavoro, entro 7 giorni dalla data di conclusione di questo. La riduzione dell’attività lavorativa deve avere inizio entro il 30° giorno successivo alla data di presentazione della domanda.

Verifica importi spettanti e accredito rata mensile NASpI

Modalità semplificate per conoscere con precisione l’importo delle rate della NASpI.

L’Inps rende noto che accedendo da “Tutti i servizi” a “Nuova Assicurazione sociale per l’impiego (NASpI): consultazione domande”, sarà possibile inserire le proprie credenziali (PIN o SPID) e trovare le informazioni relative all’ultima domanda presentata.
In caso di accoglimento della domanda, cliccando su “Dettagli” si aprirà il prospetto di calcolo in cui è indicata la durata dell’indennità con gli importi lordi da liquidare mensilmente.
Accedendo alla propria sezione “MyInps”, l’utente potrà verificare online autonomamente l’esito della domanda e gli accrediti della NASpI. Cliccando sulla voce “I tuoi avvisi”, potrà inoltre trovare due tipi di avvisi: “Notifica della Comunicazione”, che rimanda tramite un link alla lettera di riscontro che comunica l’accoglimento/rigetto o la richiesta di ulteriore documentazione, dal quale l’utente può visualizzare e scaricare in pdf la comunicazione; “Disoccupazione non agricola dal …”, avviso di liquidazione di ogni rata di NASpI contenente indicazione dell’importo lordo liquidato sull’IBAN che si è indicato nella domanda.
Qualora si fosse fornito anche il recapito cellulare in fase di richiesta delle credenziali di accesso ai servizi online, si riceverà anche un SMS di segnalazione dell’avviso di liquidazione della prima rata della prestazione, per tenere poi autonomamente sotto controllo l’accredito delle rate di NASpI.
Anche chi ha inoltrato la domanda tramite Patronato, ricevuta la lettera di accoglimento, potrà consultare il prospetto di calcolo o farne richiesta all’operatore di Patronato stesso.

Gestione Separata Inpgi, il versamento contributi minimi per l’anno 2018

L’importo e le modalità di versamento dei contributi minimi per i giornalisti iscritti alla Gestione separata per l’anno 2018.

In scadenza al 30 settembre il termine previsto per il pagamento dei contributi minimi per l’anno 2018 da tutti i giornalisti iscritti alla Gestione separata che nel corso dell’anno abbiano svolto attività giornalistica in forma autonoma. Per i giornalisti con un’anzianità di iscrizione all’Ordine professionale fino a cinque anni, il contributo minimo è ridotto al 50%; a tal fine, l’anzianità deve essere valutata alla data del 30 settembre 2018, prendendo a riferimento la data di iscrizione all’Albo professionale: elenco professionisti, registro praticanti e/o elenco pubblicisti.Analogamente, per gli iscritti che risultino già titolari di un trattamento pensionistico diretto alla data del 30 settembre 2018, il contributo soggettivo minimo è pari al 50% di quello ordinario; l’eventuale titolarità di trattamenti pensionistici a favore dei superstiti (pensioni di reversibilità e/o indiretta) o di assegni previsti a favore dei ciechi e degli invalidi civili è invece irrilevante.

Tipo contributo Minimo ordinario Minimo ridotto per i giornalisti con meno di 5 anni di anzianità professionale Minimo ridotto per i giornalisti titolari di trattamento pensionistico diretto
Soggettivo 210,98 105,49 105,49
Integrativo 42,20 21,10 42,20
Maternità 5,00 5,00 5,00
Totale 258,18 131,59 152,69

Il pagamento dei predetti contributi va eseguito con il modello F24/Accise, compilato indicando, quale contribuente, i dati anagrafici ed il codice fiscale del giornalista interessato (non è ammesso il versamento da parte di soggetti diversi) ed utilizzando i seguenti codici:
– Ente: “P”;
– Provincia: (lasciare vuoto);
– Codice tributo: “G001”;
– Codice identificativo: “22222”;
– Mese: “01”;
– Anno di riferimento: “2018”.
In alternativa alla predetta forma di pagamento, è possibile effettuare il versamento mediate bonifico bancario, sul conto intestato all’Inpgi, acceso presso l’Agenzia 11 di Roma della Banca Popolare di Sondrio (IBAN: IT 24 W 05696 03200 000020000X28), indicando la causale del versamento “AC 2018” seguito dal numero di posizione “A-12345” (lettera A seguita da 5 cifre) ovvero dal proprio codice fiscale.

Incompatibilità e previdenza: il legittimo esercizio dell’attività

In materia di incompatibilità professionali, la CNPADC ha pieno potere di accertamento in merito al legittimo esercizio dell’attività della professione (Corte di Cassazione – Sentenza 24 luglio 2018, n. 19638).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dalla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti, avverso la sentenza della Corte d’Appello che aveva confermato la sentenza del Tribunale della stessa sede, con la quale si era ritenuto che alla Cassa non spettasse un potere autonomo, qualora fosse mancata una conforme decisione del relativo Ordine professionale, di verificare i requisiti di legittimità dell’esercizio della professione, ai fini del riconoscimento dei corrispondenti anni di iscrizione, requisiti che nel caso di specie, secondo la predetta Cassa, non sarebbero sussistiti a causa dell’esercizio da parte della ricorrente del ruolo di amministratore unico e socio al 75 % di una s.r.l.
La sentenza, in ragione di quanto sopra, aveva altresì accolto la domanda della professionista di percezione della pensione di vecchiaia, attraverso la fruizione anche di quegli anni di iscrizione.
Per la Cassa le è stata negata la possibilità di verificare le situazioni di incompatibilità nell’esercizio della professione ostative al perdurare, nei corrispondenti periodi, dell’iscrizione in ambito previdenziale, poteri in realtà impliciti nell’attribuzione della competenza ad accertare l’effettivo, da intendersi anche come legittimo, esercizio dell’attività propria del dottore commercialista.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che «la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti è titolare del potere di accertare, sia all’atto dell’iscrizione ad essa, sia periodicamente, e comunque prima dell’erogazione di qualsiasi trattamento previdenziale, ed a tale limitato fine, che l’esercizio della corrispondente professione non sia stato svolto nelle situazioni di incompatibilità, ancorché quest’ultima non sia stata accertata dal Consiglio dell’Ordine competente. In particolare, detto autonomo potere di accertamento sussiste nel momento della verifica dei presupposti per l’erogazione del trattamento previdenziale, al quale si associa naturalmente la cessazione dell’iscrizione all’Ordine, non potendosi ravvisare ostacolo alcuno nella carenza di una procedura specifica per l’esercizio di esso, risultando le garanzie procedimentali suscettibili di essere in ogni caso assicurate dall’osservanza delle norme generali».
La Corte territoriale non si è attenuta a tali principi e ciò comporta la cassazione della pronuncia impugnata.

Obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti, la dichiarazione dei redditi non ha valore confessorio

Ai fini dell’iscrizione alla Gestione commercianti, le dichiarazioni dei redditi, stante il loro carattere non negoziale o dispositivo, non hanno efficacia di confessione stragiudiziale e non comportano alcuna inversione dell’onere della prova circa la partecipazione personale del socio al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza, che continua invece ad incombere sull’Inps.

Il Tribunale di primo grado aveva accolto l’opposizione proposta da un socio di SAS avverso l’avviso di addebito con il quale l’Inps gli aveva intimato il pagamento dei contributi dovuti alla Gestione previdenziale degli esercenti attività commerciali. L’opposizione era fondata sulla contestazione della iscrizione d’ufficio operata dall’Istituto in ragione di un errore materiale compiuto nella compilazione del modello UNICO SP per l’anno 2006, che si era poi ripetuto anche nelle dichiarazioni successive, da parte della SAS di cui il ricorrente era solo socio accomandatario e per cui non svolgeva attività lavorativa alcuna; per le dichiarazioni fiscali, tuttavia, era stata chiesta la rettifica con istanza in autotutela presentata prima all’Agenzia delle Entrate e poi all’Inps.
Successivamente, la decisione veniva riformata dalla Corte di appello territoriale, che riteneva non emendabili le dichiarazioni dei redditi in quanto la rettifica era stata richiesta oltre il termine di decadenza. Secondo la Corte, sebbene gravasse sull’Inps l’onere di provare la ricorrenza dei presupposti per l’iscrizione nella Gestione commercianti, nel caso in esame, in virtù della predetta dichiarazione dei redditi presentata dalla SAS, toccava al lavoratore fornire la prova contraria circa la sua partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.
Quest’ultimo ricorre così in Cassazione per aver la Corte territoriale erroneamente dato rilevanza alla possibilità di emendare la dichiarazione dei redditi solo entro il termine di decadenza, termine rilevante solo nella fase amministrativa. Altresì, la Corte di appello aveva errato nel porre a carico del socio la prova contraria della ricorrenza dei presupposti per la iscrizione alla Gestione commercianti proprio alla luce delle menzionate dichiarazioni dei redditi non rettificate nel termine.
Per la Cassazione i motivi sono entrambi fondati. Gli errori commessi nelle dichiarazioni dei redditi della SAS di cui era socio accomandatario il ricorrente, non attribuiscono alle medesime efficacia vincolante tale da comportare l’inversione dell’onere della prova. Il contribuente, indipendentemente dalle modalità e termini di cui alla dichiarazione integrativa, in sede contenziosa, può sempre opporsi alla maggiore pretesa tributaria dell’amministrazione finanziaria, allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione. In sostanza, non avendo detta dichiarazione carattere negoziale o dispositivo, la Corte non avrebbe potuto attribuire alle medesime alcun valore probatorio neppure di presunzione semplice cui ricondurre una inversione dell’onere della prova gravante sull’Inps.

I permessi per lavoratori disabili competono anche in caso di lavoro a turni o festivo

L’Inps, con messaggio n. 3114 del 7 agosto 2018, fornisce ulteriori chiarimenti in merito alla modalità di fruizione dei permessi per disabili e del congedo straordinario, relativamente ai casi di particolari modalità organizzative dell’orario di lavoro.

Corrispondenza dei permessi con turni di lavoro articolati a cavallo di due giorni solari e/o con giornate festive
Come noto, il lavoro a turni è una particolare modalità organizzativa dell’orario normale di lavoro scelto dall’azienda per un’efficiente organizzazione dell’attività lavorativa, diversa dal normale “lavoro giornaliero”, in cui l’orario operativo dell’azienda può andare a coprire l’intero arco delle 24 ore e la totalità dei giorni settimanali. In particolare, il lavoro a turni si definisce come qualsiasi metodo di organizzazione del lavoro, anche a squadre, in base al quale dei lavoratori siano successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo, compreso quello rotativo, che può essere di tipo continuo (impianti operativi che procedono per tutta la giornata e 7 giorni su 7) o discontinuo (impianti che non procedono 24 ore su 24), e il quale comporti la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro a ore differenti su un periodo determinato di giorni o di settimane (art. 1, D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66). Orbene, poiché tale modalità organizzativa può comprendere anche il lavoro notturno e il lavoro prestato durante le giornate festive, compresa la domenica, la fruizione dei permessi mensili retribuiti “a giornata” (art. 33, co. 3, L. n. 104/1992) può avvenire anche in corrispondenza di un turno di lavoro da effettuare nella giornata di domenica o del lavoro notturno; dunque, indipendentemente dall’articolazione della prestazione lavorativa nell’arco delle 24 ore o della settimana e dal numero di ore che il dipendente avrebbe dovuto concretamente effettuare nel giorno di interesse. Peraltro, sebbene il lavoro notturno si svolga a cavallo di due giorni solari, la prestazione resta riferita ad un unico turno di lavoro in cui si articola l’organizzazione e così il permesso fruito in corrispondenza dell’intero turno di lavoro va comunque considerato pari ad un solo giorno di permesso. Infine, in caso di fruizione ad ore del beneficio in argomento, ai fini della determinazione delle ore mensili fruibili, deve essere applicato il seguente l’algoritmo di calcolo (Inps, messaggio n. 16866/2007):
– orario di lavoro medio settimanale/numero medio dei giorni (o turni) lavorativi settimanali x 3 = ore mensili fruibili.
Riproporzionamento dei permessi in caso di rapporto di lavoro part-time
Considerato il principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori a tempo parziale e la possibilità di pattuire, nell’ambito dei contratti di lavoro part-time, specifiche clausole elastiche, rendendo più flessibile la collocazione temporale e la durata della prestazione lavorativa, si fornisce la formula di calcolo da applicare ai fini del riproporzionamento dei 3 giorni di permesso mensile ai casi di part-time verticale e misto con attività lavorativa limitata ad alcuni giorni del mese:
– (orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time/orario medio settimanale teoricamente eseguibile a tempo pieno) x 3 giorni di permesso teorici.
Il risultato numerico va quindi arrotondato all’unità inferiore o a quella superiore a seconda che la frazione sia fino allo 0,50 o superiore.
Il riproporzionamento dei tre giorni non va effettuato per i mesi in cui, nell’ambito del rapporto di lavoro part time, è previsto lo svolgimento di attività lavorativa a tempo pieno. Altresì, i tre giorni di permesso non vanno mai riproporzionati in caso di part-time orizzontale. Relativamente a tali fattispecie, infatti, la commisurazione dei giorni di permesso alla ridotta durata dell’attività lavorativa è insita nella dinamica del rapporto medesimo.
Frazionabilità in ore dei permessi giornalieri in caso di rapporto di lavoro part-time
Il riproporzionamento orario dei giorni di permesso deve essere effettuato solo nel caso in cui il beneficio venga utilizzato, anche solo parzialmente, in ore. In caso di rapporto di lavoro a tempo pieno, rimane confermata la formula già in uso (Inps, messaggio n. 16866/2007):
– (orario normale di lavoro settimanale/numero dei giorni lavorativi settimanali) x 3 = ore mensili fruibili.
In
caso di part-time orizzontale, verticale o misto, invece, ai fini della quantificazione del massimale orario mensile dei permessi, la formula è la seguente:
– (orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time/numero medio dei giorni o turni lavorativi settimanali previsti per il tempo pieno) x 3 giorni di permesso teorici.
Cumulo tra il congedo straordinario e i permessi
Come già evidenziato in passato, è possibile cumulare nello stesso mese, purché in giornate diverse, i periodi di congedo straordinario (art. 42, co. 5, D.Lgs. n. 151/2001) con i permessi tre giorni di permesso mensili, il prolungamento del congedo parentale e le ore di riposo alternative al prolungamento del congedo parentale (art. 33, L. n. 104/1992; art. 33, co. 1, D.Lgs. n. 151/2001). Al riguardo, tuttavia, si precisa che i periodi di congedo straordinario possono essere cumulati con i permessi (art. 33, L. n. 104/1992) senza necessità di ripresa dell’attività lavorativa tra la fruizione delle due tipologie di benefici, anche a capienza di mesi interi e indipendentemente dalla durata del congedo straordinario.
La fruizione dei benefici dei tre giorni di permesso mensili, del prolungamento del congedo parentale e delle ore di riposo alternative al prolungamento del congedo parentale stesso, invece, deve intendersi alternativa e non cumulativa nell’arco del mese (Inps, circolare n. 155/2010).

Disoccupazione agricola: chiarimenti sulla trasformazione in domanda di disoccupazione NASpI

Si forniscono precisazioni in merito alla trasformazione, a seguito di reiezione per prevalenza di attività lavorativa dipendente nel settore non agricolo o agricolo, della domanda di disoccupazione agricola in domanda di disoccupazione NASpI e, viceversa.

La domanda di disoccupazione agricola, respinta per prevalenza di attività nel settore non agricolo, può essere trasformata in domanda di disoccupazione NASpI, solo su richiesta dell’interessato, laddove sia stata presentata nei termini previsti dalla legge per tale ultima prestazione (entro 68 giorni dalla cessazione involontaria dell’attività lavorativa). In tal caso, lo stesso interessato deve integrare la domanda di disoccupazione agricola, di cui si chiede la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione della domanda di disoccupazione NASpI.
Sempre su specifica richiesta, è possibile trasformare la domanda di disoccupazione NASpI, respinta per prevalenza di attività nel settore agricolo, in domanda di disoccupazione agricola, laddove la domanda sia stata presentata nei termini legislativamente previsti per tale ultima prestazione (dal 1° gennaio al 31 marzo dell’anno successivo a quello di competenza della prestazione). Anche in questo caso, l’interessato deve integrare la domanda di disoccupazione NASpI, di cui si chiede la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione della domanda di disoccupazione agricola.
Le istanze di riesame o i ricorsi amministrativi riferiti a domande per le quali non sia, nel frattempo, intervenuta la decadenza dal diritto, potranno essere definiti in autotutela secondo le indicazioni sopra fornite.

Adeguamenti degli Statuti, Regolamenti e Note informative: i chiarimenti Covip

Sulla base della documentazione pervenuta, risulta che non tutte le forme pensionistiche complementari hanno provveduto ad adeguare l’ordinamento interno e la documentazione informativa utilizzata alle novità introdotte con la Legge di bilancio 2018.

Nel dettaglio, dall’esame di un campione significativo delle comunicazioni fin qui pervenute sono emerse alcune criticità:
– in diversi casi i fondi pensione, pur avendo provveduto all’adeguamento del testo di statuto/regolamento, non hanno riportato nella Nota informativa le informazioni relative alla rendita integrativa temporanea anticipata;

– in alcuni casi è stata riscontrata la mancata indicazione, nell’ambito della Nota informativa, del comparto più prudente individuato dal Fondo destinato ad accogliere, salvo diversa volontà dell’iscritto, la porzione di montante di cui si chiede il frazionamento;
– con riferimento alle spese previste per l’erogazione della RITA, sono stati riscontrati casi in cui i costi sono stati espressi in percentuale dell’importo erogato per ciascuna rata di rendita anziché in cifra fissa. Detta modalità di definizione delle spese non è ritenuta ammissibile;
– in alcuni casi è stata prevista una periodicità di erogazione della RITA annuale e/o semestrale. Al riguardo si ricorda che l’erogazione della RITA deve avere una periodicità non superiore ai tre mesi.

Ciò premesso, la Covip – circolare n. 4216/2018 – richiama l’attenzione delle forme pensionistiche che avessero già provveduto all’adeguamento alle novità introdotte, sull’esigenza di effettuare una nuova verifica degli adempimenti operati alla luce di quanto sopra illustrato. Laddove vengano riscontrate situazioni analoghe a quelle sopra rappresentate, si chiede di correggere con tempestività le eventuali anomalie, provvedendo a trasmettere i documenti modificati in via telematica.
Nei casi di mancato o non corretto adeguamento, si richiamano i fondi interessati ad individuare le ragioni che hanno determinato inefficienze nei processi operativi interni volti ad assicurare la rispondenza della documentazione utilizzata alle previsioni normative vigenti e alle indicazioni fornite dalla COVIP. L’esito della verifica e gli eventuali interventi posti in essere andranno comunicati alla Commissione entro e non oltre 90 giorni dal ricevimento della presente.