Il Consiglio dei ministri si riunisce a Palazzo Chigi

Tra le materie oggetto della riunione: la riforma del processo penale, le modifiche al codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, i provvedimenti di protezione civile (PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – Comunicato stampa 13 febbraio 2020, n. 29).

Riforma del processo penale
Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che prevede deleghe al Governo per l’efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le Corti d’appello.
Il testo interviene, nella prima parte, con specifiche previsioni di delega relative alla riforma del Codice di procedura penale, da attuarsi entro un anno dall’entrata in vigore della legge di delega, con una finalità di semplificazione e di aumento della celerità del procedimento.
Tra gli elementi più significativi:
– la modifica delle norme in tema di notifiche. Si prevede che tutte le notifiche successive alla prima, che comunque dev’essere necessariamente effettuata all’imputato, siano effettuate al difensore, anche per via telematica;
– la ridefinizione della durata delle indagini preliminari. La delega individua tre termini di durata, legati alla gravità del reato su cui si indaga. I termini saranno di sei mesi per i reati meno gravi, di un anno per quelli ordinari e di diciotto mesi per i reati di maggiore allarme sociale e per quelli associativi di stampo mafioso o di natura terroristica o definibili di particolare complessità per il numero di imputati o di capi di imputazione. La durata sarà prorogabile una sola volta, di sei mesi, su istanza del p.m., con provvedimento del giudice per le indagini preliminari;
– la previsione che, scaduto il termine massimo di durata delle indagini preliminari, il p.m. sia tenuto, entro un ulteriore lasso di tempo di 3, 6 o 12 mesi a seconda della tipologia di reato, a richiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale. Decorso tale termine, il p.m. sarà tenuto a notificare all’indagato la fine delle indagini e a svelare il contenuto degli atti relativi. Sarà quindi facoltà delle parti richiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione;
– norme volte a ridurre il numero di processi che giungono alla fase dibattimentale, con criteri più stringenti in relazione alla regola di giudizio a cui il pubblico ministero e il giudice dell’udienza preliminare devono attenersi per l’esercizio dell’azione penale o l’accoglimento della richiesta di rinvio a giudizio;
– la previsione che, nello stilare il programma organizzativo della Procura della Repubblica, il Procuratore indichi i criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, da concordare con il Procuratore generale e con il Presidente del Tribunale, sulla base della specifica realtà criminale e territoriale e delle risorse umane, finanziarie e tecnologiche a disposizione dell’ufficio;
– l’introduzione della valutazione del giudice in merito alla eventuale retrodatazione dell’iscrizione dell’indagato nell’apposito registro e la conseguente sanzione di inutilizzabilità degli atti di indagine effettuati a termini già scaduti;
– l’estensione della possibilità del patteggiamento a tutte le ipotesi di reato alle quali sia applicabile complessivamente una pena inferiore agli otto anni, rispetto agli attuali cinque, riequilibrata da un ampliamento dell’elenco dei reati che escludono a priori il patteggiamento;
– norme per l’incentivazione del ricorso al giudizio abbreviato condizionato, sul calendario delle udienze e sui termini di deposito delle perizie.
Oltre a stabilire i criteri della delega per la riforma del processo penale, il testo introduce ulteriori disposizioni finalizzate all’abbattimento e alla velocizzazione dei procedimenti in corso presso le Corti d’appello, nonché norme in materia di sospensione della prescrizione.
In particolare, per la velocizzazione dei processi in corso, si estende la possibilità di impiegare i giudici onorari ausiliari, che oggi hanno la possibilità di esercitare soltanto la funzione di integrare il collegio nel settore civile, anche al settore penale, e si prevede un aumento dell’organico dei giudici onorari ausiliari di 500 unità, dagli odierni 350 a 850. Inoltre, si autorizza l’assunzione, con contratto a tempo determinato di 24 mesi, anche in soprannumero, di 1.000 unità di personale amministrativo.
Infine, in materia di prescrizione, si modifica il Codice penale in modo da prevedere che il corso della prescrizione rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di condanna di primo grado fino alla data di esecutività della sentenza, e che la stessa riprenda il suo corso e i periodi di sospensione siano computati, quando la sentenza di appello proscioglie l’imputato o annulla la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne dichiara la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis del codice di procedura penale.

 

Modifiche al codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza
Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo che introduce disposizioni integrative e correttive al Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
Il testo chiarisce il contenuto di alcune disposizioni e apporta modifiche dirette a meglio coordinare la disciplina dei diversi istituti previsti dal Codice.
Il decreto interviene, tra l’altro, al fine di:
– chiarire la nozione di crisi, sostituendo all’espressione “difficoltà” quella di “squilibrio” e ridefinendo il cosiddetto “indice della crisi”, in modo da renderlo maggiormente descrittivo di una situazione di insolvenza reversibile piuttosto che di una situazione di predizione di insolvenza;
– riformulare le norme riferite alle situazioni in presenza delle quali è possibile presumere lo svolgimento, da parte di un’impresa, dell’attività di direzione e coordinamento;
– chiarire la nozione di gruppo di imprese, precisando che sono esclusi dalla definizione normativa oltre che lo Stato anche gli enti territoriali;
– ridefinire le “misure protettive” del patrimonio del debitore;
– rendere più stringenti le norme relative alla individuazione del componente degli “Organismi di composizione della crisi d’impresa” (OCRI) riconducibile al debitore in crisi.

 

Provvedimenti di protezione civile
Il Consiglio dei ministri ha deliberato:
– la dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 21 e 22 dicembre 2019 nel territorio della regione Campania, con l’assegnazione di euro 5.000.000 per far fronte alle esigenze più immediate;
– la dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 20 e 21 dicembre 2019 nel territorio della regione Liguria, con l’assegnazione di euro 8.100.000 per far fronte alle esigenze più immediate;
– l’ulteriore stanziamento di euro 1.600.000 per le prime misure economiche di immediato sostegno al tessuto economico e sociale nei confronti della popolazione e delle attività economiche e produttive, nonché riduzione del rischio residuo nel territorio del comune di Formazza, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, interessato dagli eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 11 giugno e 12 agosto 2019;
– l’ulteriore stanziamento di euro 84.047.295 per la realizzazione di interventi di soccorso e assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, attività di gestione dei rifiuti e delle macerie, attivazione di prime misure economiche di immediato sostegno al tessuto economico e sociale nei confronti della popolazione e delle attività economiche e produttive nel territorio del comune di Venezia interessato dagli eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal giorno 12 novembre 2019;
– la proroga per la durata di 12 mesi dello stato di emergenza già dichiarato in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 16 e 17 luglio 2018 e 1° e 2 settembre 2018 nel territorio dei comuni nelle province di Padova, di Rovigo, di Treviso e di Verona;
– la proroga per la durata di 12 mesi dello stato di emergenza già dichiarato in conseguenza dell’eccezionale movimento franoso che si è verificato il giorno 29 gennaio 2019 nel territorio del comune di Pomarico, in provincia di Matera.

Requisito di provenienza estera per l’agevolazione impatriati: chiarimenti

Con il Principio di diritto n. 4 del 14 febbraio 2020, l’Agenzia delle Entrate ha precisato i criteri di computo del periodo minimo dell’attività di lavoro o di studio svolto all’estero, ai fini del riconoscimento dell’agevolazione in favore dei lavoratori impatriati.

Il “regime speciale per lavoratori impatriati” è stato introdotto con lo scopo di incentivare il trasferimento in Italia di lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del nostro Paese.
A tal fine, in favore dei soggetti che hanno trasferito la residenza in Italia, collegata all’attività lavorativa, entro il 30 aprile 2019, è riconosciuta l’esenzione per i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia nella misura del 50 per cento, a decorrere dal periodo d’imposta del trasferimento della residenza e per i quattro periodi di imposta successivi.
Il beneficio è riconosciuto ai cittadini dell’Unione europea o di uno Stato ExtraUe con il quale risulti in vigore una convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale, a condizione che:
– siano in possesso di un titolo di laurea e abbiano svolto continuativamente un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, ovvero
– abbiano svolto continuativamente un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.
Riguardo a tale requisito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che ai fini del raggiungimento dei ventiquattro mesi fuori dall’Italia, non è possibile cumulare il periodo di studio con quello di lavoro. È necessario che l’attività lavorativa ovvero quella di studio si siano protratte per almeno ventiquattro mesi.
Inoltre, relativamente all’attività di studio, il requisito dello svolgimento negli ultimi ventiquattro mesi si ritiene soddisfatto a condizione che sia stata conseguita la laurea o altro titolo accademico post lauream aventi la durata di almeno due anni accademici.

Voluntary disclosure: il diritto al rimborso dell’euroritenuta

Chiarimenti sul riconoscimento del diritto al rimborso dell’euroritenuta operata sui redditi emersi nelle procedure di collaborazione volontaria (AIDC – Norma di comportamento 01 febbraio 2020, n. 208).

Ai sensi dell’art. 10, D.Lgs. n. 84/2005, il legislatore italiano dispone che:
– per i redditi percepiti da contribuenti residenti in Italia assoggettati ad euroritenuta, trova applicazione il credito di imposta;
– qualora l’importo della ritenuta fosse superiore al credito d’imposta o, comunque nei casi in cui lo stesso non sia azionabile, spetta al contribuente il rimborso dell’euroritenuta o l’utilizzo della stessa in compensazione con altri debiti.
In genere, tali redditi sono soggetti a imposizione sostitutiva, di conseguenza non possono godere del credito d’imposta, consentendo quindi al contribuente di proporre richiesta di rimborso, alternativamente all’utilizzo in compensazione del credito derivante da tale ritenuta.
Nell’ambito delle procedure di collaborazione volontaria di cui alla L. n. 186/2014, sulla base delle risultanze derivanti dalla liquidazione delle imposte dovute ai fini del perfezionamento della voluntary disclosure, l’orientamento generale dell’autorità fiscale italiana è quello di non voler riconoscere (nell’ambito di tale procedura) il diritto allo scomputo dell’euroritenuta ai quali taluni redditi oggetto di regolarizzazione erano stati assoggettati.
Di conseguenza, una volta perfezionata la procedura di cui sopra, molti contribuenti hanno proposto istanza di rimborso dell’euroritenuta versata.
Sulla base dei principi generali dell’ordinamento tributario, tale diritto non può essere precluso in considerazione del fatto che un eventuale diniego causerebbe una doppia imposizione sul medesimo reddito.
Il principio del divieto di doppia imposizione, sancito dalla normativa interna e dalle direttive comunitarie, non può subire limitazioni in ragione della speciale procedura disposta per la voluntary disclosure.
Pertanto, è riconosciuto il rimborso relativo all’euroritenuta operata sui redditi emersi nelle procedure di collaborazione volontaria.

Nessuna detrazione per le spese di frequenza di una scuola di danza estera

Forniti chiarimenti sul trattamento fiscale applicabile alle spese per la frequenza all’estero di una scuola professionale privata di danza (Agenzia entrate – risposta 12 febbraio 2020, n. 53).

Le spese di istruzione sostenute all’estero, pertanto, non sono agevolabili. Sono invece detraibili, anche se sostenute all’estero, le spese relative alla frequenza di corsi di istruzione universitaria, secondo cui è possibile detrarre dall’imposta lorda un importo pari al 19 per cento delle spese per la frequenza di corsi di istruzione universitaria presso “università statali e non statali”.
Pertanto non sono detraibili le spese che sostiene il contribuente per il figlio all’estero che frequenta una scuola professionale privata di danza. Non sono detraibili neanche le spese sostenute per l’alloggio.

Trattamento fiscale dell’indennità erogata per il TIS

Le somme erogate al tirocinante se non sono corrisposte a titolo unicamente assistenziale, ma principalmente allo scopo di favorire l’addestramento professionale e l’eventuale inserimento del soggetto svantaggiato nel mondo lavorativo, non potranno beneficiare del regime di esenzione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 12 febbraio 2020, n. 51).

 

I sussidi corrisposti dallo Stato, e da altri enti pubblici a titolo assistenziale sono esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. L’applicazione dell’esenzione tributaria dipende, quindi, dalla sussistenza contestuale di due requisiti:
– uno di carattere soggettivo, ovvero che l’erogazione deve essere effettuata solo dallo Stato o da altri enti pubblici (inclusi i Comuni);
– l’altro di carattere oggettivo, attinente la natura assistenziale del sussidio erogato.
Ai fini dell’esenzione fiscale, tali somme devono essere corrisposte a soggetti che versano in stato di bisogno e devono essere volte a perseguire finalità fondate sulla solidarietà collettiva.
L’Amministrazione finanziaria ha ritenuto esenti una serie di prestazioni economiche in denaro che presentano tutte le caratteristiche proprie degli interventi di assistenza sociale. In particolare, a titolo esemplificativo, sono state considerate esenti: le pensioni di invalidità e gli assegni mensili corrisposti dallo Stato ai mutilati ed invalidi civili, gli assegni corrisposti ai sordomuti, le pensioni sociali.
L’esenzione non riguarda qualsiasi erogazione motivata da scopi di solidarietà verso gruppi sociali più deboli, ma è circoscritta ai sovvenzionamenti che, in base alla normativa statale e regionale in materia di beneficenza e assistenza pubblica, sono specificatamente previsti, a prescindere dalle qualifiche professionali, a favore di cittadini che in concreto risultino essere in stato di indigenza oppure a favore di categorie di cittadini portatrici di particolari situazioni di bisogno, come anziani, inabili, minori, portatori di handicap, etc.
L’esenzione di cui trattasi spetta, dunque, in tutti quei casi in cui risulta evidente che il sussidio economico erogato è essenzialmente destinato a favorire l’inclusione sociale e l’autonomia dei soggetti coinvolti; resta, invece, escluso il beneficio in relazione a percorsi finalizzati ad un eventuale effettivo inserimento lavorativo.
Nella risposta in oggetto, la fattispecie rappresentata da un Comune in qualità di sostituto di imposta esaminata dall’Amministrazione finanziaria, riguarda l’individuazione del trattamento fiscale da applicare all’indennità erogata al Tirocinante per la partecipazione ad un Tirocinio di Inclusione Sociale.
Nel caso di specie, il requisito soggettivo per il riconoscimento dell’esenzione fiscale risulta integrato; in relazione al requisito oggettivo, invece, sarà cura dell’Istante individuare, per ogni specifico progetto personalizzato, l’appropriato trattamento fiscale del beneficio economico in discussione, esenzione o imponibilità, in funzione della prevalenza della finalità assistenziale o formativa del percorso che ne presuppone l’erogazione.
Ne consegue che se le somme erogate, pur avendo valenza di sussidio a favore di soggetti in condizione di svantaggio sociale e a rischio esclusione, non sono corrisposte a titolo unicamente assistenziale, ossia per finalità fondate solamente sulla solidarietà collettiva, bensì sono erogate principalmente allo scopo di favorire l’addestramento professionale e l’eventuale inserimento del soggetto svantaggiato nel mondo lavorativo, le stesse sono configurabili nella sostanza come un tirocinio formativo. In tale caso l’indennità non potrà beneficiare del regime di esenzione, ma sarà assoggettato a tassazione quale reddito assimilato a quello di lavoro dipendente.

Lavoratori impatriati nel 2017: l’agevolazione non fruita è perduta

In relazione al periodo d’imposta per il quale siano scaduti i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi, deve ritenersi preclusa la possibilità di beneficiare dell’agevolazione prevista per i lavoratori impatriati che non sia stata fruita per tale periodo, ma resta ferma la fruibilità dell’agevolazione per i restanti periodi d’imposta del quinquennio agevolato (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 59 del 2020).

IL CASO

La contribuente, cittadina italiana, in possesso di un titolo di laurea e residente all’estero dal 2009, è rientrata in Italia trasferendovi la residenza a maggio 2017 sulla base di un pre-contratto di lavoro, con promessa di assunzione in Italia da parte di una società francese, realizzata con l’inizio dell’attività lavorativa a settembre 2017.
Ad oggi, non avendo richiesto l’applicazione del regime speciale degli impatriati né per l’anno del rimpatrio (2017), né per l’anno successivo (2018), si chiede se sia possibile fruire dell’agevolazione a decorrere dalla data di trasferimento della residenza in Italia.

PARERE DEL FISCO

Con riferimento al “regime speciale per i lavoratori impatriati”, nell’ipotesi di trasferimento della residenza fiscale in Italia prima del 30 aprile 2019, trovano applicazione le disposizioni previgenti alle modifiche introdotte dal decreto fiscale 2019.
Ciò significa che i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia concorrono alla formazione del reddito complessivo dai beneficiari nella misura del 50 per cento.
Possono beneficiare dell’agevolazione i lavoratori che si trasferiscono in Italia per svolgervi la loro attività e rispettano una delle seguenti condizioni:
– sono in possesso di un titolo di laurea e hanno svolto “continuativamente”un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, ovvero
– hanno svolto “continuativamente” un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.
Nel rispetto dei requisiti previsti dalla norma, dunque, l’esenzione del 50 per cento del reddito di lavoro prodotto in Italia è riconosciuta per un quinquennio, a decorrere dal periodo d’imposta in cui è trasferita in Italia la residenza fiscale (cd. “periodo di rimpatrio”) e per i quattro periodi d’imposta successivi, a condizione che sia mantenuta la residenza per almeno due anni a pena di decadenza.
Nell’ipotesi del rapporto di lavoro dipendente, l’agevolazione è applicata dal datore di lavoro previa richiesta scritta del lavoratore; qualora il datore di lavoro non abbia potuto riconoscere l’agevolazione, la stessa è fruita direttamente in sede di dichiarazione dei redditi.

Per quanto concerne la fattispecie esaminata, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’accordo pre-contrattuale stipulato tra il lavoratore e la società estera con la promessa di assunzione costituisce una valida condizione, che integra il necessario collegamento tra il trasferimento della residenza (a maggio 2017) e l’inizio dell’attività lavorativa in Italia (a settembre 2017).
D’altra parte, la circostanza che il datore di lavoro sia un soggetto estero non costituisce condizione ostativa all’applicazione del beneficio, atteso che secondo il T.U.I.R. si considerano prodotti in Italia i redditi di lavoro dipendente e i redditi di lavoro autonomo se prestati nel territorio dello Stato, anche se remunerati da un soggetto estero.
Fatto salvo il rispetto dei requisiti previsti dalla disciplina, dunque, il beneficio deve ritenersi fruibile a decorrere dal periodo d’imposta 2017 e per i quattro periodi di imposta successivi.
Come accennato, però, per i redditi di lavoro dipendente l’agevolazione è applicata dal datore di lavoro solo a seguito di espressa richiesta del lavoratore, e in mancanza può essere fruita dal lavoratore al più tardi in sede di dichiarazione dei redditi. In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha osservato che in relazione ai periodi di imposta 2017 e 2018, essendo scaduti i termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, la fruizione del beneficio deve ritenersi preclusa. Resta, tuttavia, la possibilità di fruire del regime agevolato per i restanti periodi di imposta (tre) del quinquennio agevolato.

Fissati i limiti massimi di spesa detraibili per la frequenza di università non statali

Stabiliti gli importi delle tasse e dei contributi delle università non statali ai fini della detrazione dell’imposta lorda per l’anno 2019 (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Decreto 19 dicembre 2019).

Per l’anno 2019, è detraibile dall’IRPEF un importo pari al 19% delle spese sostenute relativamente alle tasse e ai contributi di iscrizione per la frequenza dei corsi di laurea, laurea magistrale e laurea magistrale a ciclo unico delle università non statali, nei limiti massimi individuati distintamente in base all’area disciplinare di afferenza ed alla regione in cui ha sede il corso di studio, come di seguito indicati:

Area disciplinare corsi istruzione

Nord

Centro

Sud e isole

Medica € 3.700 € 2.900 € 1.800
Sanitaria € 2.600 € 2.200 € 1.600
Scientifico-tecnologica € 3.500 € 2.400 € 1.600
Umanistico-sociale € 2.800 € 2.300 € 1.500

Con riferimento alle tasse e contributi sostenuti nel 2019 per la frequenza di corsi di dottorato, di specializzazione e di master universitari di primo e secondo livello, la spesa massima detraibile è pari a:
– € 3.700 per i corsi e i master con sede in Regioni del Nord;
– € 2.900 per i corsi e i master con sede in Regioni del Centro;
– € 1.800 per i corsi e i master con sede in Regioni del Sud e nelle Isole.
Agli importi di cui sopra va sommato l’importo relativo alla tassa regionale per il diritto allo studio.
Si rammenta che gli importi in questione vengono aggiornati entro il 31 dicembre di ogni anno con decreto ministeriale.

Decorrenza delle modifiche introdotte dalla legge di bilancio 2020 al “regime forfetario”

Le modifiche alla disciplina del regime forfetario, riguardano sia i requisiti di accesso sia le cause di esclusione. I contribuenti che nel 2019 hanno superato i limiti previsti dalla legge di bilancio 2020 non potranno accedere al regime forfetario nel 2020. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 11 febbraio 2020, n. 7/E)

 

Con l’articolo 1, comma 692, della legge di bilancio 2020 sono state apportate modifiche alla disciplina del regime forfetario, sia con riferimento ai requisiti di accesso sia in relazione alle cause di esclusione.
In particolare, con riferimento ai requisiti di accesso, è stato disposto che i contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni applicano il regime forfetario se, al contempo, nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a euro 65.000 e se hanno sostenuto spese per il personale e per lavoro accessorio non superiore a 20.000 euro (originariamente il limite era fissato in 5.000 euro).
Con riferimento alle cause di esclusione, la disposizione inserita nella legge di bilancio 2020 ha previsto quale causa di esclusione dall’applicazione del regime forfetario l’ipotesi in cui, nel periodo d’imposta precedente, il soggetto abbia percepito redditi di lavoro dipendente o assimilati di importo lordo superiore a 30.000 euro.
Ai fini della individuazione del periodo di imposta a decorrere dal quale le suddette modifiche producono effetto, si osserva che il limite delle spese va verificato con riferimento all’anno precedente all’applicazione del regime forfetario.
Di conseguenza, i contribuenti che nel 2019 hanno superato i limiti previsti non potranno accedere al regime forfetario nel 2020.
Anche per la clausola di esclusione, in base al tenore letterale della norma, si evidenzia che la stessa opera già dal periodo d’imposta 2020 se i contribuenti nel periodo d’imposta 2019 conseguono redditi di lavoro dipendente e/o assimilati in misura superiore a € 30.000.

 

Primi chiarimenti sulle ritenute fiscali negli appalti

Forniti i primi chiarimenti sulle misure introdotte per contrastare l9illecita somministrazione di manodopera negli appalti, riguardante l’omesso o insufficiente versamento delle ritenute fiscali (Agenzia entrate – circolare n. 1/2020).

Dal 1° gennaio 2020 è in vigore la nuova disciplina volta a contrastare l’omesso o insufficiente versamento, anche mediante l’indebita compensazione, di ritenute negli appalti e subappalti, nonché l’utilizzo della compensazione per il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi assicurativi obbligatori.
La disciplina normativa in questione impone ai sostituti d’imposta residenti che affidano il compimento di una o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore a € 200.000 a un’impresa, tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma, di richiedere all’impresa appaltatrice o affidataria e alle imprese subappaltatrici, obbligate a rilasciarle, copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute, trattenute dall’impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio.
Al fine di consentire al committente il riscontro dell’ammontare complessivo degli importi versati dalle imprese, entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento (il giorno 21 del mese), l’impresa appaltatrice o affidataria e le imprese subappaltatrici devono trasmettere al committente e, per le imprese subappaltatrici, anche all’impresa appaltatrice copia delle deleghe di pagamento e un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente, con il dettaglio:
– delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato;
– dell’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione;
– delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.

Ambito soggettivo

A fronte dei lavori commissionati in appalto, sono tenuti a richiedere copia delle deleghe di pagamento delle ritenute versate ai lavoratori impiegati nei lavori:
– le Società di capitali e gli enti soggetti a Ires residenti nel territorio dello Stato che esercitano imprese commerciali o imprese agricole;
– le Società di persone e le associazioni soggette a Irpef residenti nel territorio dello Stato che esercitano imprese commerciali o imprese agricole;
– persone fisiche residenti nel territorio dello Stato che esercitano imprese commerciali o imprese agricole;
– persone fisiche residenti nel territorio dello Stato che esercitano arti e professioni;
– curatore fallimentare e commissario liquidatore residenti nel territorio dello Stato.

Sono invece esclusi dalle disposizioni di cui all’art. 17-bis:
– i soggetti non residenti senza stabile organizzazione in Italia;
– i soggetti non residenti senza stabile organizzazione in Italia affidatari delle opere o dei servizi, in quanto non rivestono la qualifica di sostituti d’imposta;
– i soggetti residenti che non esercitano attività d’impresa o non esercitano imprese agricole o non esercitano arti o professioni;
– i condomìni, in quanto non detengono in qualunque forma beni strumentali e non possono esercitare alcuna attività d’impresa o agricola o attività professionale;
– gli enti non commerciali (enti pubblici, associazioni, trust ecc.) limitatamente all’attività istituzionale di natura non commerciale svolta.

Ambito oggettivo

I nuovi adempimenti trovano applicazione al ricorrere dei seguenti presupposti:
– affidamento a un’impresa, tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati, del compimento di un’opera o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore ad euro 200.000;
– i contratti devono essere caratterizzati da  prevalente utilizzo di manodopera, prestazione svolta presso le sedi di attività del committente e utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente o ad esso riconducibili in qualunque forma.

Le nuove disposizioni non trovano applicazione qualora le imprese appaltatrici o affidatarie o subappaltatrici comunicano al committente, allegando la certificazione rilasciata dall’Agenzia delle entrate, la sussistenza dei seguenti requisiti nell’ultimo giorno del mese precedente a quello di scadenza del pagamento delle ritenute:
– risultino in attività da almeno tre anni;
– siano in regola con gli obblighi dichiarativi;
– hanno eseguito nel corso dei periodi d’imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni medesime.

La certificazione è messa a disposizione dell’impresa o di un suo delegato, a partire dal terzo giorno lavorativo di ogni mese, da parte di un qualunque ufficio territoriale della Direzione provinciale dell’Agenzia delle entrate competente in base al domicilio fiscale dell’impresa. Per i grandi contribuenti il certificato è messo a disposizione presso le Direzioni regionali.
Il certificato ha una durata di quattro mesi dalla data del rilascio, superati i quali le predette imprese devono acquisire un nuovo certificato.

Obblighi

I committenti, gli appaltatori, i subappaltatori, gli affidatari e i soggetti degli altri rapporti negoziali sono soggetti a tre differenti obblighi, in relazione ai redditi di lavoro dipendente e assimilati da erogarsi successivamente.

Divieto di compensazione

Le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici sono obbligate al versamento delle ritenute, da essi trattenute ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio, con distinte deleghe per ciascun committente, senza possibilità di compensazione.
Il suddetto divieto non trova però applicazione nei confronti dei sostituti d’imposta. Infatti, i sostituti interessati dall’applicazione del divieto, maturano correntemente crediti che possono utilizzare in compensazione tramite modello F24 ai soli fini del pagamento delle ritenute operate a carico dei percipienti.
Non sono, invece, ammesse eccezioni per gli altri crediti maturati dalle imprese utilizzabili in compensazione tramite modello F24, quali, a titolo esemplificativo, i crediti tributari (IVA, imposte dirette), i crediti derivanti da agevolazioni e i crediti maturati per contributi e premi assicurativi obbligatori.
Tali crediti, in nessun caso, potranno essere utilizzati ai fini del pagamento delle ritenute, ma dovranno essere compensati con altri debiti tributari e contributivi dell’impresa.

Invio dati da parte degli affidatari e controlli da parte del committente

Le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici sono obbligate a rilasciare al committente copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute, da essi trattenute ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio.
Il termine ultimo per il predetto adempimento è fissato in cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento delle ritenute. Qualora il pagamento delle retribuzioni sia effettuato il mese successivo alla prestazione dell’opera, il predetto termine scadrà ordinariamente il secondo mese successivo a quello di riferimento della busta paga.
Le imprese subappaltatrici sono tenute a inviare copia delle suddette deleghe sia al committente originario sia all’impresa appaltatrice.
Inoltre, le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici devono inviare al committente:
– un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente;
– il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato;
– l’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione;
– il dettaglio delle ritenute fiscali operate nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.

Sospensione dei pagamenti da parte del committente

Il committente è tenuto a sospendere il pagamento dei corrispettivi maturati dall’impresa appaltatrice o affidataria, qualora entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento (giorno 21 del mese):
– sia maturato il diritto a ricevere corrispettivi dall’impresa appaltatrice o affidataria e questa o le imprese subappaltatrici non abbiano ottemperato all’obbligo di trasmettere al committente le deleghe di pagamento e le informazioni relative ai lavoratori impiegati;
– risulti l’omesso o insufficiente versamento delle ritenute fiscali rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa.

La sospensione del pagamento è effettuata finché perdura l’inadempimento riscontrato dal committente e sino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’opera o del servizio, ovvero per un importo pari all’ammontare delle ritenute non versate rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa.
Nell’ipotesi di ritenute non versate rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa, il committente deve trattenere il minore tra i due menzionati ammontari, mentre nell’ipotesi in cui non gli sia stata trasmessa la documentazione deve trattenere il 20% del valore complessivo dell’opera o del servizio.
In entrambi i casi, entro novanta giorni dall’avvenuto riscontro dell’inadempimento, il committente deve darne comunicazione all’ufficio dell’Agenzia delle entrate territorialmente competente nei suoi confronti.

Sanzioni

Qualora l’impresa appaltatrice o affidataria o subappaltatrice abbia commesso violazioni, ivi compresa la violazione del divieto di compensazione, il committente è tenuto al versamento di una somma pari alla sanzione irrogata all’impresa appaltatrice o affidataria o subappaltatrice per la non corretta determinazione ed esecuzione delle ritenute, nonché per il tardivo versamento delle stesse, senza possibilità di compensazione.
Fino al 30 aprile 2020, se l’appaltatore abbia correttamente determinato ed effettuato i versamenti delle ritenute fiscali, senza utilizzare per ciascun committente distinte deleghe, al committente non sarà contestata la violazione.

Credito professionale incassato dagli eredi: tassazione

Il credito professionale riscosso dagli eredi del professionista, che abbia chiuso anticipatamente la partita IVA prima del decesso, conserva la natura di compenso professionale. Di conseguenza, in capo agli eredi le somme costituiscono redditi di lavoro autonomo professionale soggetti ad IRPEF a tassazione separata, e il committente (debitore) è tenuto ad operare la ritenuta d’acconto in qualità di sostituto d’imposta. Ai fini IVA, lo stesso committente deve emettere autofattura e versare l’imposta. (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 52 del 2020).

Nel caso in cui il contribuente eredita un credito professionale, insinuato in una procedura fallimentare, per il quale era stato emesso un progetto di notula, qual è il trattamento fiscale corretto cui assoggettare le somme nel momento in cui il curatore fallimentare effettua il pagamento, considerato che il de cuius, prima del decesso, ha chiuso anticipatamente la partita IVA!?

Ai fini IVA, con riferimento ai crediti professionali, la giurisprudenza ha chiarito che il fatto generatore del tributo e, dunque, l’insorgenza della correlativa imponibilità vanno identificati con la materiale esecuzione della prestazione, mentre il conseguimento del compenso individua solo la sua condizione di esigibilità ed estremo limite temporale per l’adempimento dell’obbligo di fatturazione; pertanto il compenso di prestazione professionale è imponibile ai fini IVA, anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, ed alla relativa formalizzazione.
In virtù di tale orientamento formatosi in giurisprudenza, è stato altresì affermato il principio che “in presenza di fatture da incassare o prestazioni da fatturare, gli eredi non possono chiudere la partita IVA del professionista defunto sino a quando non viene incassata l’ultima parcella (…). Resta, peraltro, salva la possibilità di anticipare la fatturazione delle prestazioni rese dal de cuius e di chiudere la partita IVA, salvo, in tale evenienza, computare nell’ultima dichiarazione annuale IVA anche le operazioni per le quali non si è verificata l’esigibilità dell’imposta, ossia anticipare l’esigibilità rispetto al momento dell’effettivo incasso.”
Nel caso esaminato, tuttavia, la partita IVA risulta chiusa anticipatamente già dal de cuius. Ciò comporta l’impossibilità da parte degli eredi di porre in essere gli adempimenti relativi all’obbligo di fatturazione in relazione al pagamento del credito professionale (ereditato) disposto dalla curatela fallimentare.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, in tal ipotesi, data l’impossibilità per gli eredi di riaprire la partita IVA, l’obbligo di fatturazione dell’operazione deve essere assolto dal committente (nella fattispecie il curatore fallimentare) mediante l’emissione di un’autofattura, con il versamento della relativa IVA.
Per quanto concerne la tassazione ai fini IRPEF, il TUIR stabilisce che “in caso di morte dell’avente diritto i redditi che secondo le disposizioni relative alla categoria di appartenenza sono imputabili al periodo d’imposta in cui sono percepiti, determinati a norma delle disposizioni stesse, sono tassati separatamente anche se non rientrano tra i redditi soggetti a tassazione separata”. In altri termini i compensi da liquidare agli eredi conservano la loro natura e, pertanto, devono essere assoggettati a tassazione secondo le modalità, stabilite dalla categoria di appartenenza, che sarebbero state applicate se i redditi fossero stati percepiti direttamente dal de cuius.
Nella fattispecie, dunque, i compensi professionali (per le prestazioni effettuate dal de cuius e percepite dagli eredi) costituiscono redditi di lavoro autonomo tassati secondo il principio di cassa con tassazione separata, salvo la facoltà per gli eredi di optare per la tassazione ordinaria.
Infine, visto che i compensi conservano la natura di redditi di lavoro autonomo professionale, il committente (in specie il curatore fallimentare), in qualità di sostituto d’imposta, è tenuto ad operare la ritenuta d’acconto del 20 per cento all’atto del pagamento.