Il professionista con collaboratore-segretario non paga l’IRAP

In tema di IRAP, il presupposto dell’autonoma organizzazione non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il “minimo indispensabile” all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive (Corte di Cassazione – Sez. trib. – Ordinanza 14 febbraio 2019, n. 4420).

La Suprema Corte ha affermato che il presupposto impositivo per il professionista o per il lavoratore autonomo sussiste quando il contribuente: a) sia sotto qualsiasi forma responsabile dell’organizzazione e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b)impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che ecceda la soglia di un collaboratore che esplichi mansioni meramente esecutive.
Pertanto, non sussiste il presupposto della autonoma organizzazione per il medico convenzionato che si avvale nell’espletamento della propria attività professionale di una dipendente con funzioni di segretaria.
Inoltre, va aggiunto che il valore assoluto dei compensi e dei costi, ed il loro reciproco rapporto percentuale, non costituiscono elementi utili per desumere il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione di un professionista, atteso che, da un lato, i compensi elevati possono essere sintomo del mero valore ponderale specifico dell’attività esercitata, e, dall’altro, le spese consistenti possono derivare da costi strettamente afferenti all’aspetto personale (spese alberghiere o di rappresentanza, assicurazione per i rischi professionali o il carburante utilizzato per il veicolo strumentale), rappresentando, così, un mero elemento passivo dell’attività professionale, non funzionale allo sviluppo della produttività e non correlato all’implementazione dell’aspetto “organizzativo”.
Il presupposto dell’autonoma organizzazione, richiesto dall’art. 2 del d.lgs. n. 446 del 1997, non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile all’esercizio dell’attività, sicché anche una spesa consistente per l’acquisto di un macchinario indispensabile all’esercizio dell’attività medesima non è idonea a rivelare l’esistenza dell’autonoma organizzazione ove il capitale investito non rappresenti un fattore aggiuntivo o moltiplicativo del valore costituito dall’attività intellettuale del professionista, ma sia ad essa asservito in modo da non poterne essere distinto.

Occultamento/distruzione di documenti contabili: sciolti ulteriori dubbi

La Corte di cassazione ha fornito chiarimenti sulle differenze del reato di distruzione da quello di occultamento della documentazione contabile (Corte di cassazione – sentenza n. 3571/2019).

È punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.

Tale reato consiste nella distruzione o nell’occultamento delle scritture contabili o dei documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari. Ciò posto è stato ulteriormente precisato che, a differenza della distruzione che realizza un’ipotesi di reato istantaneo, il quale si consuma al momento della soppressione della documentazione, l’occultamento, che consiste nella temporanea o definitiva indisponibilità della documentazione da parte degli organi verificatori, costituisce un reato permanente che si consuma nel momento in cui viene svolto l’accertamento, e cioè sino al momento in cui gli agenti hanno interesse ad esaminare detta documentazione.

Comunicazioni per l’adempimento spontaneo con il Fisco

Pronte le modalità con le quali sono messe a disposizione del contribuente e della Guardia di Finanza, anche mediante l’utilizzo di strumenti informatici, informazioni riguardanti i redditi non dichiarati (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 15 febbraio 2019, n. 37776).

Al fine di introdurre nuove e più avanzate forme di comunicazione tra l’Amministrazione fiscale e il contribuente, stimolare l’assolvimento degli obblighi tributari e favorire l’emersione spontanea delle basi imponibili, l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei contribuenti informazioni riguardanti possibili anomalie relative alle seguenti tipologie di redditi:
– redditi dei fabbricati, derivanti dalla locazione non finanziaria di fabbricati imponibili a tassazione ordinaria, ovvero per opzione, al regime di tassazione della “Cedolare secca sugli affitti”, alternativo al regime ordinario;
– redditi di lavoro dipendente e assimilati;
– assegni periodici;
– redditi di partecipazione, nonché quelli derivanti da partecipazione in società a responsabilità limitata a ristretta base proprietaria;
– redditi diversi;
– redditi di lavoro autonomo abituale e professionale imponibili a tassazione ordinaria ovvero ad altri regimi di tassazione;
– redditi di lavoro autonomo abituale e non professionale;
– redditi di capitale derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio di società ed enti soggetti all’Ires e proventi derivanti da contratti di associazione in partecipazione e cointeressenza e redditi di capitale corrisposti a soggetti residenti assoggettati alla ritenuta a titolo di acconto.
Al contribuente sono rese disponibili le informazioni per una valutazione anche in ordine alla correttezza dei dati in possesso dell’Agenzia delle entrate; ciò consente al contribuente di poter fornire elementi, fatti e circostanze dalla stessa non conosciuti in grado di giustificare le presunte anomalie.
Nelle comunicazioni sono contenuti i seguenti dati: identificativo della comunicazione, dati presenti in Anagrafe tributaria, estremi del modello di dichiarazione presentato, importo del reddito parzialmente o totalmente omesso.
L’Agenzia delle entrate trasmette una comunicazione, contenente le informazioni sopra indicate, agli indirizzi di posta elettronica certificata attivati dai contribuenti. Nei casi di indirizzo PEC non attivo o non registrato nel pubblico elenco denominato Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INIPEC), istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico, l’invio è effettuato per posta ordinaria.
Il contribuente, anche mediante gli intermediari incaricati della trasmissione delle dichiarazioni, può richiedere informazioni ovvero segnalare all’Agenzia delle entrate eventuali elementi, fatti e circostanze dalla stessa non conosciuti, avvalendosi dell’assistenza dei CAM e degli Uffici delle Direzioni Provinciali dell’Agenzia, con le modalità indicate nella comunicazione. E’ possibile altresì trasmettere documentazione tramite il Canale di assistenza CIVIS.
I dati e gli elementi di cui sopra sono resi disponibili alla Guardia di Finanza tramite strumenti informatici.
I contribuenti che hanno avuto conoscenza degli elementi e delle informazioni rese disponibili dall’Agenzia delle entrate possono regolarizzare gli errori e le omissioni eventualmente commessi mediante il ravvedimento operoso presentando una dichiarazione integrativa e versando le maggiori imposte dovute, i relativi interessi e le sanzioni per infedele dichiarazione in misura ridotta in ragione del tempo trascorso dalla commissione delle violazioni stesse.

Tassazione separata come arretrati per l’indennità di reintegra del dipendente

Con l’Ordinanza n. 2407/2019 ha affermato che l’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, riconosciuta al lavoratore con la sentenza dichiarativa dell’illegittimità del licenziamento, si riferisce a redditi che avrebbero dovuto essere percepiti in un determinato periodo d’imposta, ma è erogata in un periodo d’imposta successivo, quindi va tassata separatamente come emolumenti arretrati

FATTO
L’Ufficio ha emesso nei confronti del contribuente cartella di pagamento per IRPEF a titolo di tassazione separata derivante dalla corresponsione al contribuente di indennità risarcitoria calcolata sulla base della retribuzione globale che gli sarebbe spettata dalla data del licenziamento alla reintegra, a seguito delle sentenza del giudice del lavoro che aveva ordinato la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro a seguito della dichiarazione di illegittimità del licenziamento dallo stesso subito.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno ritenuto l’indennità soggetta a tassazione separata, equiparandola a emolumenti arretrati, con l’applicazione dell’aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del biennio anteriore all’anno in cui è sorto il diritto.
Secondo l’Ufficio, invece, dell’indennità calcolata sulla base della retribuzione globale che sarebbe spettata dalla data del licenziamento alla reintegra del lavoratore, deve ritenersi soggetta a tassazione separata, ma alla stregua del TFR o delle altre indennità e somme percepite a titolo di risarcimento a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha osservato, preliminarmente, che il giudice, con la sentenza dichiarativa dell’illegittimità del licenziamento, condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione.
Al riguardo, secondo l’orientamento giurisprudenziale consolidato, è stato affermato che la corresponsione dell’indennità commisurata alla retribuzione non effettivamente percepita costituisce presunzione iuris tantum di lucro cessante, mentre l’indennità prevista nel suo minimo ammontare (cinque mensilità), costituisce una presunzione iuris et de iure del danno causato dal recesso assimilabile ad una sorte di penale connaturata al rischio di impresa.
Ciò posto, va, altresì, rilevato che, secondo la disciplina fiscale, tutte le indennità conseguite dal lavoratore a titolo di risarcimento dei danni consistente nella perdita di redditi, ad esclusione di quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, e, quindi, tutte le indennità aventi causa o che traggono origine dal rapporto di lavoro, comprese le indennità per la risoluzione del rapporto per illegittimo comportamento del datore di lavoro costituiscono redditi da lavoro dipendente e come tali sono assoggettati a tassazione separata ed a ritenuta d’acconto.
La sentenza di annullamento del licenziamento illegittimo con effetto ex tunc comporta la continuità del rapporto di lavoro, mai interrotto, rendendo le somme percepite a seguito della sentenza del giudice del lavoro equiparabili ad emolumenti arretrati, i quali devono essere assoggettati alla stessa tassazione dei redditi sostituiti o perduti.
Secondo i giudici della Suprema Corte non è ammissibile la tesi dell’Ufficio, secondo la quale l’indennità liquidata dal giudice del lavoro, avendo natura risarcitoria, non potrebbe comunque assimilarsi agli emolumenti arretrati, ma dovrebbe rientrare fra le somme a titolo risarcitorio a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro.
La natura risarcitoria dell’indennità in esame non impone di per sé, sic et simpliciter, la necessaria ed indefettibile inclusione della stessa tra le somme a titolo di risarcimento liquidate dal giudice, relative alla risoluzione del rapporto di lavoro.
Nell’ipotesi di reintegra, infatti, il rapporto non può dirsi cessato né si è verificata alcuna risoluzione, in quanto la sentenza dichiarativa dell’illegittimità del licenziamento, cui segue l’ordine di reintegro del lavoratore, ha efficacia ex tunc, lasciando inalterata la continuità del vinculum iuris, che la sentenza viene a ripristinare e determinando, in tal modo, l’assenza di soluzioni di continuità del rapporto stesso.
Ne consegue che non ricorre la condizione indispensabile per l’applicazione della tassazione separata, alla stregua del TFR o delle altre indennità e somme percepite a titolo di risarcimento a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro.
Va considerato, viceversa, che l’indennità percepita dal lavoratore è correlata alla perdita effettiva delle retribuzioni derivanti dal licenziamento illegittimo. In tal senso, poiché la disciplina fiscale stabilisce che le indennità conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti, nella specie l’indennità per la perdita di redditi derivante da licenziamento illegittimo si riferisce a redditi che avrebbero dovuto essere percepiti in un determinato periodo d’imposta e viene erogata in un periodo successivo, per effetto della sentenza del giudice del lavoro: ricorre, pertanto, l’ipotesi di tassazione di emolumenti arretrati.

Pubblicato il codice sulla crisi d’impresa e d’insolvenza

Il Decreto Legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 38 del 14 febbraio 2019 e contiene il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza in attuazione della legge 19 ottobre 2017, n. 155.

Il codice in questione disciplina le situazioni di crisi o insolvenza del debitore, sia esso consumatore o professionista, ovvero imprenditore che eserciti, anche non a fini di lucro, un’attività commerciale, artigiana o agricola, operando quale persona fisica, persona giuridica o altro ente collettivo, gruppo di imprese o società pubblica, con esclusione dello Stato e degli enti pubblici.
Il presente D.Lgs. n. 14/2019 entra in vigore il 15 agosto 2020 (diciotto mesi dalla data della sua pubblicazione nella G.U.), fatta eccezione dei seguenti articoli che entrano in vigore il 16 marzo 2019 (il trentesimo giorno successivo alla pubblicazione nella G.U.):
– 27, comma 1 – Competenza del tribunale sede delle sezioni specializzate in materia di imprese per i procedimenti di regolazione della crisi o dell’insolvenza e le controversie che ne derivano relativi alle imprese in amministrazione straordinaria e ai gruppi di imprese di rilevante dimensione;
– 350 – Modifiche alla disciplina dell’amministrazione straordinaria;
– 356 – Albo dei soggetti incaricati dall’autorità giudiziaria delle funzioni di gestione e di controllo nelle procedure di cui al codice della crisi e dell’insolvenza;
– 357 – Funzionamento dell’albo;
– 359 – Area web riservata;
– 363 – Certificazione dei debiti contributivi e per premi assicurativi;
– 364 – Certificazione dei debiti tributari;
– 366 – Modifica all’articolo 147 del Testo unico in materia di spese di giustizia;
– 375 – Assetti organizzativi dell’impresa;
– 377 – Assetti organizzativi societari;
– 378 – Responsabilità degli amministratori;
– 379 – Nomina degli organi di controllo;
– 385 – Modifiche all’articolo 3 del decreto legislativo n. 122 del 2005;
– 386 – Modifiche all’articolo 4 del decreto legislativo n. 122 del 2005;
– 387 – Modifiche all’articolo 5 del decreto legislativo n. 122 del 2005;
– 388 – Modifiche all’articolo 6 del decreto legislativo n. 122 del 2005

Credito d’imposta R&S: documentazione contabile sempre richiesta

Ai fini del riconoscimento e dell’utilizzo del credito di imposta per attività in ricerca e sviluppo sono tenute alla certificazione della documentazione contabile anche le imprese non obbligate per legge al controllo legale dei conti (Ministero Sviluppo Economico – circolare n. 38584/2019).

Con effetto dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, ai fini del riconoscimento del credito d’imposta per attività in ricerca e sviluppo, l’effettivo sostenimento delle spese ammissibili e la corrispondenza delle stesse alla documentazione contabile predisposta dall’impresa devono risultare da apposita certificazione rilasciata dal soggetto incaricato della revisione legale dei conti.
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiarito che la suddetta certificazione è richiesta anche per le imprese non obbligate per legge al controllo legale dei conti, risultando quindi tale adempimento quale condizione formale per il riconoscimento e l’utilizzo del credito d’imposta.
In sede di rilascio della certificazione della documentazione contabile non è richiesta al soggetto incaricato della revisione legale dei conti (ovvero, nel caso di imprese non tenute al controllo legale dei conti, al soggetto qualificato cui viene richiesta la certificazione) alcuna valutazione di carattere tecnico in ordine all’ammissibilità al credito d’imposta delle attività di ricerca e sviluppo svolte dall’impresa.

Imposta di bollo sui contratti: le indicazioni del Fisco

Chiarimenti sull’applicazione dell’imposta di bollo sui contratti posti in essere tra l’Amministrazione pubblica e l’Agenzia Industrie Difesa (A.I.D). (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 12 febbraio 2019, n. 44).

Ai fini dell’imposta di bollo si osserva che l’articolo 16 della tabella, allegato B, del DPR 26 ottobre 1972, n. 642, esenta dal pagamento della stessa gli “Atti e documenti posti in essere da amministrazioni dello Stato, regioni, province, comuni, loro consorzi e associazioni, nonché comunità montane sempreché vengano tra loro scambiati”.
La norma sopra individuata risulta quindi applicabile esclusivamente a soggetti che rivestano la natura di amministrazione dello Stato.
Sul punto, si può osservare che anche l’Agenzia delle Entrate, in base allo statuto approvato con delibera del Comitato Direttivo n. 6 del 13 dicembre 2000, aggiornato fino alla delibera del Comitato di gestione n. 7 dell’8 febbraio 2018, che la disciplina, è istituita ai sensi del medesimo decreto legislativo n. 300 del 1999. Tale circostanza, non è tuttavia, sufficiente al fine di considerare le Agenzie di diritto pubblico come amministrazioni dello Stato.
Infatti, al fine di esentare l’Agenzia delle Entrate dal pagamento dell’imposta di bollo si è resa necessaria un’apposita previsione normativa, introdotta con l’articolo 1, comma 295, Legge 27 dicembre 2006, n. 296 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007)” nella quale è stato stabilito che “Alle Agenzie fiscali continuano ad applicarsi le disposizioni riguardanti le amministrazioni dello Stato di cui ai decreti del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641, 26 ottobre 1972, n. 642 e 26 aprile 1986, n. 131”.
Sul punto, occorre tener presente anche la risoluzione n. 243 del 1° settembre 2009 che, richiamando la sentenza della Corte di Cassazione n. 938 del 16 gennaio 2009, ha affermato il principio di diritto secondo cui “…nelle disposizioni normative contenute nelle leggi di imposta in tema di imposta di registro, di imposta catastale, di imposta ipotecaria e di imposta di bollo, le quali prevedono l’esenzione dello Stato od usano, sempre ai fini di esenzione, l’espressione a favore dello Stato o nell’interesse dello Stato, la parola Stato deve intendersi riferita allo Stato-persona”.
Per le suesposte considerazioni, si ritiene che nel caso di stipula di un contratto tra l’Amministrazione pubblica e l’A.I.D. occorre assoggettare a tassazione dell’imposta di bollo tale contratto, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2 dell’Allegato A Tariffa parte prima del DPR 642/72.

Redditi 2018 Campione d’Italia: approvata la riduzione del cambio franchi svizzeri-euro

Pubblicato il Provvedimento n. 37461/2019, con il quale l’Agenzia delle Entrate ha stabilito nella misura del 30 per cento la riduzione forfetaria del cambio applicabile ai redditi prodotti in franchi svizzeri nel 2018 nel comune di Campione d’Italia.

I redditi percepiti in franchi svizzeri dai contribuenti di Campione d’Italia devono essere convertiti in euro ai fini della determinazione della base imponibile IRPEF e IRES e le relative imposte sono versate in Euro.
In particolare, ai fini IRPEF, i redditi, diversi da quelli d’impresa, delle persone fisiche iscritte nei registri anagrafici del Comune di Campione d’Italia, e i redditi di lavoro autonomo di professionisti e con studi nel Comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel territorio dello stesso comune, e/o in Svizzera, sono computati in euro sulla base del cambio franco svizzero – euro ridotto forfetariamente. La riduzione forfetaria è maggiorata o ridotta in misura pari allo scostamento percentuale medio annuale registrato tra le due valute, franco svizzero ed euro, ed è determinata con provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, previo parere della Banca d’Italia. In ogni caso, la riduzione forfetaria non può, comunque, essere inferiore al 30 per cento.
Per l’anno d’imposta 2018, l’Agenzia delle Entrate ha stabilito che la riduzione forfetaria applicabile al cambio franco svizzero – euro per la determinazione del reddito imponibile è fissata nella misura minima del 30 per cento, poiché la rilevazione dei valori di cambio ha evidenziato una svalutazione che avrebbe determinato una diminuzione della percentuale della riduzione forfetaria al di sotto della valore minimo.

Anche i redditi d’impresa realizzati dalle imprese individuali, dalle società di persone e dalle società ed enti soggetti ad IRES iscritti alla CCIAA di Como e aventi la sede sociale operativa, o un’unità locale, nel Comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel Comune di Campione d’Italia, sono computati in euro sulla base del cambio franco svizzero – euro. In tal caso, la riduzione forfetaria del cambio è fissata nella misura del 30 per cento, senza aggiustamenti legati al valore del cambio.

Rottamazione-ter: il DL Semplificazioni estende l’accesso a tutti

La rottamazione-ter della cartelle di pagamento diventa accessibile anche per chi non è in regola con i pagamenti della rottamazione-bis, inclusi quelli relativi a debiti inseriti nella domanda di “Saldo e stralcio” (art. 1-bis, D.L. n. 135/2018 conv. con modif. in L. n. 12/2019).

Possono accedere alla rottamazione ter anche i contribuenti che non hanno integralmente versato, entro il 07 dicembre 2018, le rate dovute per la rottamazione bis in scadenza nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018. In tal caso le somme dovute devono essere versate in un’unica soluzione entro il 31 luglio 2019, ovvero nel numero massimo di dieci rate di pari importo, scadenti la prima il 31 luglio 2019, la seconda il 30 novembre 2019 e le restanti il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre degli anni 2020 e 2021.

L’accesso alla rottamazione ter è previsto anche per quelle domande di adesione al “Saldo e stralcio” non accolte in quanto riferite a debiti inclusi nella rottamazione bis e per i quali non è stato effettuato il pagamento entro il 07 dicembre 2018. L’ammontare complessivo delle somme dovute è ripartito in nove rate, di cui la prima, di ammontare pari al 30%, scadente il 30 novembre 2019 e le restanti, ciascuna di pari importo, scadenti il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre degli anni 2020 e 2021.

Il Decreto semplificazione ha modificato anche il piano di dilazione del pagamento dei debiti automaticamente ammessi alla suddetta definizione agevolata, in quanto esclusi dalla procedura di definizione di “Saldo e stralcio”. Il pagamento rateale in diciassette rate resta immutato, ma cambia la ripartizione di quanto dovuto dopo la prima rata. Nello specifico:
– la prima rata deve ammontare al 30% di quanto dovuto e va versata entro il 30 novembre 2019;
– il restante 70% è ripartito in rate successive, di pari importo, da versare il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio, e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2020.

No alla fatturazione elettronica per il medico di base

L’Agenzia delle entrate con la risposta 13 febbraio 2019, n. 54 ha chiarito che per le prestazioni medico-sanitarie svolte dai medici in favore dei vari enti non sussiste l’obbligo di documentare le stesse tramite fatture elettroniche.

Nella fattispecie esaminata dal Fisco, l’istante esercita attività di lavoro autonomo quale medico di medicina generale convenzionato con l’A.S.L. (c.d. “medico di base” o “medico di famiglia”).
Alla luce del quadro normativo attualmente vigente e della specifica prescrizione contenuta nel decreto ministeriale 31 ottobre 1974 per le prestazioni medico-sanitarie svolte dai medici in favore dei vari enti, in base alla quale la fattura è sostituita dal foglio di liquidazione dei corrispettivi compilato dagli enti stessi, l’istante chiede se per tali prestazioni:
a) risultino tutt’ora valide le indicazioni contenute nella risoluzione n. 98/E del 25 novembre 2015 e, dunque, non vi sia obbligo di documentare le stesse tramite fatture elettroniche;
b) sia venuto meno l’obbligo di invio dei dati previsto dall’articolo 21 del decreto legge 31 maggio 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.
Per l’Ammistrazione finanziaria, risulta ancora attuale quanto riportato nella risoluzione n. 98/E del 2015, laddove si è precisato che se l’obbligo di emettere una fattura non sussisteva prima, lo stesso non è venuto ad esistenza con la legge 24 dicembre 2007, n. 244 – o, oggi, con la legge n. 205 del 2017 ed i successivi provvedimenti che sono variamente intervenuti sulla stessa o sul d.lgs. n. 127 del 2015 – né, a maggior ragione, l’obbligo può riguardare la forma di una fattura che, in ragione dell’articolo 2 del decreto ministeriale 31 ottobre 1974, non è da emettere (in quanto sostituita dal foglio di liquidazione dei corrispettivi).